French articles – 3

* UE: TURCHIA; CHIRAC, POSSIBILE VETO SU GENOCIDIO ARMENO ;
* UE: TURCHIA, CENTINAIA ARMENI MANIFESTANO A BRUXELLES ;
* MA IN FRANCIA E IN AUSTRIA SARÀ IL POPOLO A DECIDERE
* Protesta degli armeni
* Turquia, Europa y la Union; jordi sellares serra
* Pour une Europe accueillante; PCF
* La Turquie, si… ;
* De l’empire ottoman à Atatürk, une lente occidentalisation ;
* Les Arméniens disent non à la Turquie dans l’Europe
* La marche turque;
* Une plaie arménienne toujours ouverte
* Le bon usage d’un paradoxe ;
* L’Europe se prépare à accueillir la Turquie en son sein dans dix ans
* Le plaidoyer de M. Chirac en faveur d’Ankara suscite de vives réactions ;
* Philippe de Villiers s’accapare la campagne du « non » ;
* Le Parlement européen se prononce à une large majorité pour l’entrée de la Turquie dans l’UE ;
* Chirac sur la réserve au Conseil européen;
* La longue marche turque de l’Union
* Une négociation encadrée; Evènement 1. Europe
* Chirac s’est engagé pour la Turquie mais pose de sévères garde-fous
* Turchia: scende in piazza il popolo CHE, CON CORAGGIO, DICE NO
* L’Anatolie est-elle en Europe?
* Il a assuré que le Parlement français serait consulté en permanence
* Droite Face à une opinion publique hostile à l’entrée d’Ankara, le
* Le cas turc

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UE: TURCHIA; CHIRAC, POSSIBILE VETO SU GENOCIDIO ARMENO ;
IN FUTURO REFERENDUM FRANCESE SE ANKARA NON LO RICONOSCE

ANSA Notiziario Generale in Italiano
17 dicembre 2004

BRUXELLES

(ANSA) – BRUXELLES, 17 DIC – Se al momento di aderire all’Ue
la Turchia non avra’ riconosciuto il genocidio armeno, i
francesi potrebbero votare contro l’ingresso di Ankara
nell’Unione europea.

Lo ha detto oggi il presidente francese Jacques Chirac in una
conferenza stampa a Bruxelles: “I francesi devono avere
l’ultima parola”, ha detto Chirac ricordando l’impegno a far
tenere un referendum sull’ingresso della Turchia e il “lavoro
della memoria” fatto da molti Paesi europei sugli orrori della
propria storia.

“Non dubito nemmeno per un istante – ha aggiunto – che se
questo lavoro della memoria non fosse fatto, i francesi lo
terrebbero nel piu’ gran conto nel formulare il giudizio
sull’eventuale trattato di adesione”.

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UE: TURCHIA, CENTINAIA ARMENI MANIFESTANO A BRUXELLES ;
CHIEDONO RICONOSCIMENTO GENOCIDIO CONDIZIONE PER AVVIO NEGOZIATI

ANSA Notiziario Generale in Italiano
17 dicembre 2004

BRUXELLES

(ANSA) – BRUXELLES, 17 DIC – Diverse centinaia di armeni
hanno manifestato a Bruxelles in una piazza del quartiere
comunitario a poca distanza dal palazzo Justus Lipsius dove si
svolge il Consiglio europeo sull’avvio dei negoziati di adesione
con la Turchia. Chiedono all’Unione europea di esigere il
riconoscimento del genocidio armeno da parte di Ankara.

La manifestazione e’ stata organizzata dalla Federazione
degli armeni di Europa, una vasta comunita’ che conta circa un
milione di persone.

Per protestare “contro questa Turchia in Europa” – come
hanno scritto su molti cartelli – gli armeni sono giunti da
diversi paesi europei. Il gruppo piu’ numeroso quello arrivato
dalla Francia, dove risiedono circa 400mila armeni. Altri gruppi
sono giunti dalla Spagna, dalla Grecia, dall’Olanda, dalla
Svezia e anche dall’Italia (circa un centinaio di persone),
principalmente da Milano e da Roma dove si trovano le comunita
armene italiane piu’ numerose.

I manifestanti chiedono che l’Unione imponga alla Turchia
come pre-condizione per l’avvio dei negoziati di adesione il
riconoscimento del genocidio armeno perpetrato dai turchi tra il
1915 e il 1923 causando circa 1,5 milioni di vittime.

Gli armeni non sono stati i soli a manifestare contro la
Turchia in Europa. Nel quartiere comunitario anche un sit-in di
protesta con qualche decina di militanti di organizzazioni degli
immigrati turchi in Europa contrari alle politiche del governo
turco, compresa quella per l’ingresso nell’Unione. (ANSA).

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MA IN FRANCIA E IN AUSTRIA SARÀ IL POPOLO A DECIDERE

La Padania, Italia
sabato 18 dicembre 2004

La notizia dell’avvio del negoziato per l’ingresso della Turchia
nella Ue era appena stata diffusa e subito si sono levate le prime
voci contrarie. In pole position la Francia, con Chirac che
ammonisce: «negoziato non vuol dire adesione». A Vienna si dimostrano
più democratici che a Roma e annunciano un referendum popolare
sull’adesione di Ankara all’Unione. E anche il primo ministro
olandese, nonché presidente di turno dell’Ue, Jan Peter Balkenende,
non può nascondere che l’esito dei negoziati tra Unione europea e
Turchia è tutt’altro che «garantito».
CHIRAC: POSSIBILE VETO SUL GENOCIDIO ARMENO. Se al momento di aderire
all’Ue la Turchia non avrà riconosciuto il genocidio armeno, i
francesi potrebbero votare contro l’ingresso di Ankara nell’Unione.
Lo ha detto il presidente francese Jacques Chirac a Bruxelles: «I
francesi devono avere l’ultima parola», ha ribadito Chirac ricordando
l’impegno a far tenere un referendum sull’ingresso della Turchia e il
«lavoro della memoria» fatto da molti Paesi europei sugli orrori
della propria storia. «Non dubito nemmeno per un istante – ha
aggiunto – che se questo lavoro della memoria non fosse fatto, i
francesi lo terrebbero nel più gran conto nel formulare il giudizio
sull’eventuale trattato di adesione».
Nel ribadire che «è interesse dell’Europa in generale e della Francia
in particolare di intavolare questi negoziati», Chirac ha
sottolineato che «negoziato non vuol dire adesione e che per la
Turchia si tratta di fare uno sforzo considerevole» dopo quelli
«formidabili» già fatti. «La strada sarà lunga e sarà difficile prima
che la Turchia sia in grado di rispettare tutte le condizioni che
sono richieste per unirsi all’Europa. Tutti ammettono che questo
processo durerà probabilmente 10 o 15 anni e che non si può scrivere
in anticipo quale sarà il risultato di questi negoziati».
Inoltre «in caso di violazione di diritti dell’uomo e delle libertà
fondamentali in Turchia – ha aggiunto il presidente francese – il
Consiglio deciderà di sospendere immediatamente questi negoziati.
Ciascuno dei 25 Stati dell’Unione manterrà la sua intera libertà di
valutazione dall’inizio alla fine dei negoziati e in ciascun momento,
se lo vorrà, se lo ritiene necessario, se le proprie opinioni
pubbliche e i suoi governi lo desiderano, potrà mettere fine a questi
negoziati».
BALKENENDE: IMPREVEDIBILE L’ESITO DEI NEGOZIATI. Insomma, se il loro
obiettivo è l’«adesione», l’esito delle trattative non appare affatto
scontato. Lo ha ribadito il primo ministro olandese e presidente di
turno della Ue, Jan Peter Balkenende, rispondendo alla domanda di un
giornalista durante la conferenza stampa conclusiva del Consiglio
europeo.
Nel caso non si possa «arrivare a un’adesione – ha quindi concluso
Balkenende – bisogna garantire eventuali procedure per ancorare la
Turchia all’Unione europea». Proprio la formulazione delle
conclusioni della presidenza che introduceva il principio di un
“saldo ancoraggio” della Turchia all’Ue in caso di fallimento dei
negoziati di adesione, aveva fatto storcere il naso ad Ankara. La
Turchia ha insistito sul principio della piena adesione e chiesto
l’eliminazione dal testo del riferimento a una possibile alternativa
al suo ingresso nell’Ue in qualità di Stato membro a pieno titolo;
alternativa che non è prevista per nessuno degli altri Paesi
candidati a entrare nell’Unione.
SCHÜSSEL: NOI FAREMO UN REFERENDUM. «È giusto che a decidere
dell’adesione della Turchia all’Unione europea non sia solo il
Parlamento ma anche il popolo». Non illudetevi: non è al Quirinale
che si è sentita questa affermazione, ma nella Cancelleria austriaca:
Wolfgang Schüssel ha annunciato la decisione di indire un referendum
sull’adesione della Turchia. L’Austria è stato fra i paesi che
maggiormente si è opposto all’avvio di negoziati con Ankara e ha a
lungo chiesto di offrire ai turchi una relazione speciale invece che
un’adesione piena.
Anche la Francia ha già annunciato che promuoverà un referendum entro
il 2005.
A. A.

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Protesta degli armeni

La Padania, Italia
sabato 18 dicembre 2004

In centinaia a Bruxelles chiedono di riconoscere il genocidio

BRUXELLES – Diverse centinaia di armeni hanno manifestato a Bruxelles
in una piazza del quartiere comunitario a poca distanza dal palazzo
Justus Lipsius dove si svolgeva il Consiglio europeo sull’avvio dei
negoziati di adesione con la Turchia. I manifestanti chiedevano
all’Unione europea di esigere il riconoscimento del genocidio armeno
(1,5 milioni di vittime tra il 1915 e il 1923) da parte di Ankara. La
manifestazione è stata organizzata dalla Federazione degli armeni di
Europa, una vasta comunità che conta circa un milione di persone.
Per protestare “contro questa Turchia in Europa” – come hanno scritto
su molti cartelli – gli armeni sono giunti da diversi Paesi europei.
Il gruppo più numeroso era quello arrivato dalla Francia, dove
risiedono circa 400 mila armeni. Altri gruppi sono giunti dalla
Spagna, dalla Grecia, dall’Olanda, dalla Svezia e anche dall’Italia
(circa un centinaio di persone), principalmente da Milano e da Roma
dove si trovano le comunità armene italiane più numerose.
All’inizio del Novecento gli armeni erano l’etnia maggioritaria in
Anatolia orientale; poi, in un quarto di secolo sono pressoché
scomparsi. L’operazione di sterminio fu mascherata come un’azione di
spostamento di persone da ipotetiche zone di guerra, in seguito allo
scoppio della Grande Guerra, che vide l’Impero Ottomano alleato degli
imperi centrali europei contro Russia, Francia, Inghilterra e (in
seguito) l’Italia.
Le atrocità commesse dai turchi nei confronti degli armeni portarono
gli Alleati a introdurre negli anni Quaranta il concetto di “crimini
contro l’umanità”, al quale in seguito si fece ricorso durante il
processo di Norimberga ai gerarchi nazisti. Come stabilisce il
rapporto della commissione Onu dei Diritti dell’uomo (settembre 1973)
il massacro degli armeni è considerato il primo genocidio del XX
secolo. Gli armeni non sono stati i soli a manifestare contro la
Turchia in Europa. All’inizio di questa settimana, il Movimento
Giovani Padani aveva manifestato per tre giorni al Parlamento europeo
a Strasburgo, chiedendo che sull’ingresso della Turchia nella Ue
siano i cittadini italiani a decidere, attraverso un referendum. Nel
quartiere comunitario, infine, c’ è stato anche un sit-in di protesta
con qualche decina di militanti di organizzazioni degli immigrati
turchi in Europa contrari alle politiche del governo turco, compresa
quella per l’ingresso nell’Unione.

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Turquia, Europa y la Union; jordi sellares serra

Cinco Dias, Madrid
Dic 18, 2004

Turquia quiere estar en Europa. Lo quiere desde hace mas de 150 anos.
Cuando el sultan abandono el palacio de Topkapi a mediados del siglo
XIX y se construyo otro palacio al estilo frances y sin mezquita en
Dolmabahe, prohibio el turbante y obligo a vestir a la manera
occidental -pero con fez-, estaba dando un paso en esta direccion.
Cuando Mustafa Kemal Atatuerk transformo el pais en republica,
prohibio el bigote, el velo y el fez, obligo a adquirir apellido, a
adoptar el alfabeto latino y a secularizar el pais, era otro paso en
la misma direccion. Una direccion acompanada de grandes matanzas,
como la de los jenizaros en el siglo XIX o la de los armenios durante
la Primera Guerra Mundial.

Turquia, o el Imperio Otomano, ya entro en el mundo civilizado -que
primero era europeo, despues cristiano y, mas tarde, el conjunto de
Estados soberanos que existian por el derecho internacional del siglo
XIX- al final de la guerra de Crimea, en 1856, cuando franceses y
britanicos se aliaron con el sultan contra los rusos. Desde entonces,
era un Estado mas en el concierto europeo, aunque iba perdiendo
territorios sin parar, hasta la Bosnia nominalmente otomana pero
regida por un principe austriaco que provocaria la Primera Guerra
Mundial. Europa es la aspiracion, el ideal al que dirigirse, el reto
que activa los esfuerzos del pais para mejorar. Este reto consiste
ahora en entrar en la Union Europea. Util como justificacion externa
indiscutible de la necesidad de regularizacion economica interna,
porque es “lo que dicen en Bruselas”. Hace un siglo, este mito era la
creacion de un imperio. Durante las ultimas fiestas de la Merc
Barcelona, telefonee desde Estambul para felicitar a mi madre. Lo
hice desde una cabina situada junto a la Universidad de Galatasaray.
La llamada duro menos de tres minutos y costo 0,47 centimos, o
846.000 liras turcas. Pocos dias antes, en una cena, el ministro de
Economia habia prometido hacer desaparecer seis ceros de los billetes
para el proximo ano, ahora que habian logrado controlar la inflacion
por primera vez en la historia. Esto es mucho mas digerible si es por
Europa. Pero Turquia tiene menos de un 20 % de territorio en Europa
-aunque Asia este a menos de un kilometro-, unas fuerzas armadas muy
influyentes y una poblacion acostumbrada a oir periodicamente de los
minaretes las invitaciones a rezar hacia la Meca. Este proceso
europeo es irreversible? Si Turquia entra antes que Rusia o Croacia,
quien solicitara ingresar despues? Marruecos? Irak -con quien esta
gran Europa comunitaria tendria frontera-? Israel? Quiza Europa sea
util a Turquia. Pero la puerta de Turquia parece dificil de cerrar.
Quiza Europa ya no sea Europa. Ello ya sucede en otras organizaciones
internacionales, como la Organizacion para la Seguridad y Cooperacion
en Europa (OSCE) -que tiene como miembros a Estados Unidos,
Kazajistan o Turquia, y como asociados para la cooperacion a otros
estados tan poco europeos como Tailandia-. Desde esta perspectiva, ya
no parece tan absurdo que Argentina solicitara entrar en la
Organizacion del Tratado del Atlantico Norte (OTAN), a pesar de
hallarse en el Atlantico Sur. La idea era de Carlos Menem, conocido
como el turco, porque provenia de territorios historicamente
otomanos. Acaso no nos resulta mas proxima Argentina que Turquia?

Profesor de Derecho Internacional Publico de la Facultad de Derecho
de Esade

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Pour une Europe accueillante; PCF
par Olivier Mayer

L’Humanité
17 décembre 2004

À Champigny, le « non » à la constitution se conjugue au présent. Et
même au quotidien. Malgré un brouillard à couper au couteau, c’est
dans un gymnase plein à ras bord que les partisans du « non » ont
tenu meeting, à l’initiative de la fédération départementale du PCF.
Aux manettes, la secrétaire départementale Laurence Cohen appelle les
témoignages. Celui du président communiste du conseil général,
Christian Favier, – dénonce une constitution en cohérence avec la
prétendue décentralisation à la mode Raffarin : 24 000 érémistes
désormais à la charge de la collectivité départementale, soit 10 % de
plus en six mois. Témoignage du cheminot Frédéric sur la casse
programmée du rail : « On prévoit d’ici 2020 une augmentation de 40 %
des échanges fret. Un désastre écologique si le tout va à la route !
» La chirurgienne Isabelle Lorand décrit la dérive libérale : « Il y
a dix ans, 60 % des actes chirurgicaux se faisaient dans le public,
aujourd’hui c’est 35 %. Quand on travaille dans le service public, on
milite pour le “non” ! » Gaby Zimmer, députée allemande du PDS,
raconte que les 5 millions de chômeurs d’outre-Rhin ne savent pas
aujourd’hui comment ils seront indemnisés à partir du 1er janvier. Le
député communiste Jean-Claude Lefort dénonce « la dérive sociale des
continents », la course aux armements programmée dans la constitution
« de l’Euro-Amérique ». Le metteur en scène Christian Benedetti
témoigne pour la culture, et Xavier Compain, le président du – MODEF,
en appelle à « un front commun des paysans et des consommateurs ».
Fidel, militant des « 1 000 du squat de Cachan », se veut le
porte-parole de la dignité, et Nadia, habitante des HLM, appelle les
militants à se tourner vers ceux « qui s’apprêtent à s’abstenir parce
qu’ils portent un jugement négatif sur l’Europe ».
« Est-ce qu’on peut dire oui quand on est de gauche ? », demande
Marie-George Buffet, qui dénonce en conclusion le projet de la droite
« conservateur, atlantiste, liberticide et communautariste ». Elle
souhaite accueillir de nouveaux pays « dans une Europe de progrès,
pas une Europe qui s’enfile une camisole libérale », et dit oui à la
Turquie – à des conditions qui tiennent « aux libertés, au droit des
femmes, à la question kurde et à la reconnaissance du génocide
arménien ». Des arguments que la secrétaire nationale du PCF a
réitérés en réaction aux propos de Jacques Chirac.
Olivier Mayer

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La Turquie, si… ;

Le Monde
18 décembre 2004

HORIZONS ANALYSES ÉDITORIAL

OUI, LA TURQUIE est bien un pays européen. En annonçant pour le 3
octobre 2005 l’ouverture formelle des négociations d’adhésion avec
Ankara, les vingt-cinq chefs d’Etat et de gouvernement de l’Union
européenne, réunis en Conseil à Bruxelles, ont mis fin à une partie
du débat. L’autre partie reste ouverte, au moins théoriquement : la
Turquie est-elle digne d’entrer dans l’UE ? Les prochaines années
répondront à cette question.

Les négociations promettent d’être longues – de dix à quinze ans -,
mais guère plus que pour l’Espagne et le Portugal. Elles seront
difficiles, car le pays d’Atatürk n’est pas un candidat « comme un
autre », dit-on. La formule diplomatique recouvre plusieurs réalités,
le poids démographique de la Turquie, qui, dans vingt ans, sera
l’Etat le plus peuplé d’Europe, les écarts de niveau de vie entre les
Turcs et la moyenne européenne mais aussi les écarts de développement
entre les différentes parties du pays. Elle est surtout une manière
pudique d’évoquer l’islam qui est la religion de la quasi-totalité
des Turcs, même si cet islam n’est pas celui des pays arabes et si
l’Etat est officiellement laïque.

Le reste n’est que technique. Les 30 chapitres de la négociation,
avec leurs 80 000 pages de lois et règlements qui doivent être
adaptés à l’acquis communautaire ne sont que routine. Les
négociateurs de la Commission de Bruxelles les connaissent par coeur
pour les avoir déjà maintes fois passées au crible lors des
élargissements précédents. Les Turcs s’y sont frottés depuis quarante
ans qu’ils fréquentent l’Europe en tant qu’associés.

Ils n’en ont pas moins encore du chemin à parcourir. Certes, ces
dernières années ont été marquées en Turquie par des réformes
spectaculaires, encore accélérées par l’arrivée au pouvoir des
islamistes modérés du Parti de la justice et du développement (AKP)
de Recep Tayyp Erdogan, trop content d’en finir avec l’emprise des
militaires sur la vie politique. Mais dans bien des domaines, droits
de l’homme, justice, police, etc., il faut passer des textes de loi à
la réalité.

La Turquie doit en outre se réconcilier définitivement avec ses
voisins et avec elle-même, avec son histoire. Elle doit accepter de
faire ce travail sur le passé que d’autres pays européens ont fait
pour devenir des sociétés vraiment démocratiques. On pense à la
conscience douloureuse du peuple allemand par rapport à la Shoah. La
négation du génocide des Arméniens en 1915 n’aide pas la Turquie à se
libérer de son histoire en l’assumant pleinement.

Une des qualités principales de l’Union européenne est d’encourager
les impétrants à se réformer, à se moderniser, à respecter le droit
des minorités, à rompre avec les tentations hégémonistes. Il n’y a
pas de raison pour que cette vertu pédagogique ne fonctionne pas avec
les Turcs. Le choix pour eux est donc clair : s’ils remplissent les
conditions posées par l’Union européenne, ils en seront membres à
part entière dans dix à quinze ans. Il leur revient de saisir cette
chance.

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De l’empire ottoman à Atatürk, une lente occidentalisation ;

Le Monde
18 décembre 2004

UNION EUROPÉENNE – L’Europe exige de la Turquie une démocratisation «
irréversible »

Henri de Bresson

DEPUIS six cents ans, l’histoire de la Turquie ottomane, puis
Kémaliste est liée à l’histoire de l’Europe, d’abord dans ses
relations avec Constantinople, l’actuelle Istanbul, dont l’absorption
en 1453 lui ouvre la voie de la puissance. Puis par ses conquêtes,
qui l’installèrent jusqu’aux portes de Venise et de Vienne. Enfin,
après l’effondrement de l’empire, par les convoitises qu’elle suscite
encore dans le jeu des puissances : courtisée par les nazis et les
Alliés pendant la seconde guerre mondiale, elle devient ensuite un
enjeu stratégique essentiel, face à l’Union soviétique, pour les
Occidentaux, qui l’intègrent à toutes les structures européennes, à
commencer par l’Alliance atlantique.

Pendant quatre siècles, les peuples balkaniques sont partie
intégrante d’un empire qui règne sur tout le monde arabe et, en
Europe, englobe la Grèce, la Serbie et l’Albanie, l’actuelle
Bulgarie, la Hongrie, étendant son influence au-delà encore, vers la
Roumanie, les rives de la mer Noire. « Le chef en était le sultan,
commandeur des croyants, la loi en était la charia de l’islam, et les
mosquées devaient partout être plus hautes que les églises. Mais
celles-ci demeuraient », écrit le professeur Castellan dans sa
magistrale Histoire des Balkans.

Istanbul, qui fut la capitale de cet empire, un pied de chaque côté
de la Corne d’or, symbolise cette double emprise européenne et
asiatique. « Toute l’histoire de la Turquie, depuis l’Empire romain,
a été la recherche d’un choix entre l’Asie et l’Europe. Tantôt elle a
penché vers l’Asie, tantôt elle a penché vers l’Europe. Si bien que
la question qui se pose aujourd’hui, ce n’est pas de savoir si elle
est d’Asie ou d’Europe. La question qui se pose aujourd’hui, c’est de
savoir quel est l’intérêt de l’Europe », soulignait mercredi soir,
dans son interview télévisée, le président Jacques Chirac.

Dans l’image collective européenne, le Croissant ottoman, repoussé à
deux reprises devant Vienne, en 1529 et 1683, reste le symbole de la
lutte de la chrétienté contre les « infidèles ». Mais, observe
Georges Castellan, « le monde ottoman ne fut pas un monde clos ». Au
contact de ses sujets et de ses rivaux européens, « la Porte » subit
les influences des mouvements d’idée qui se font jour dans le reste
de l’Europe.

Lorsque l’empire commence à décliner, et qu’il doit affronter la
montée des nationalismes dans ses Etats du sud-est de l’Europe, il se
tourne vers la modernité occidentale, dès le début de XIXe siècle,
pour ne pas perdre pied. En 1839, une charte impériale, la charte de
Gülkhâne, est promulguée, qui lance un très important mouvement de
réformes, les Tanzimât. Il aboutira quarante ans plus tard, en 1976,
à une première et éphémère Constitution. Pendant toute cette période,
souligne Paul Dumont dans L’histoire de l’empire ottoman, publiée
sous la direction de Robert Mantran, « l’Etat ottoman, les yeux fixés
sur l’Europe, cherche son salut dans le décalquage des modèles que
celle-ci offre en pâture ». Centralisation administrative,
modernisation de l’appareil étatique, occidentalisation de la
société, sécularisation : on retrouve déjà avec les Tanzimat cette
fascination des élites turques pour le modèle occidental, qu’elles
essaient de conjuguer avec l’islam.

L’effondrement de l’empire, dont les Européens s’accaparent
progressivement les morceaux sur le pourtour arabe de la
Méditerranée, les guerres d’indépendance qu’il entraîne dans les
Balkans, avec la Russie, mettront momentanément un terme à cette
expérience.

La période confuse qui suit, qui se termine avec le reflux sur
l’Anatolie, voit se forger un nationalisme turc qui hésite entre le
pan-turquisme et l’Occident. C’est l’époque du génocide arménien, de
l’expulsion des Grecs et autres minorités, qui voit le réduit turc
s’homogénéiser autour de la religion musulmane, vecteur de son
nationalisme. Kemal Atatürk, qui met un terme au dépeçage après la
première guerre mondiale, tournera définitivement la page de l’empire
ottoman, dont toute référence est bannie. Il construira une
République nationaliste et autoritaire, qui se veut occidentale et
sécularisée, et dont le modèle de départ s’inspire des expériences du
fascisme italien et du communisme soviétique. Seule religion
autorisée, l’islam est solidement encadré dans les structures
étatiques, qui pourvoient à son entretien, mais interdit toutes ses
manifestations publiques, notamment vestimentaires.

Les fonctionnaires et leurs épouses doivent adopter une présentation
occidentale, le calendrier et l’alphabet deviennent ceux de l’Europe
chrétienne. L’expression des minorités est bannie, conduisant aux
affrontements avec les Kurdes. L’armée, qui deviendra le garant du
modèle, ne pourra pas empêcher la démocratie occidentale, après la
seconde guerre mondiale, de conquérir petit à petit ses droits.

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Les Arméniens disent non à la Turquie dans l’Europe

EuroNews – Version Française
17 décembre 2004

Des milliers de représentants de la communauté arménienne ont
manifesté aujourd’hui dans les rues de Bruxelles contre l’entrée de
la Turquie dans l’Union européenne.Venus notamment de France, où la
communauté arménienne est la plus importante, mais aussi d’Allemagne,
des Pays-Bas et de Suède, les manifestants se sont réunis à 5OO
mètres du bâtiment où se trouvaient les chefs d’Etat et de
gouvernement européens.

Ils veulent que l’Europe exige de la Turquie une reconnaissance du
génocide arménien commis sous l’Empire Ottoman avant l’ouverture des
négociations.

Mais génocide ou massacre ? Là aussi les avis divergent aussi selon
les opinions comme nous le confie Robert Anciaux, professeur à
l’Université libre de Bruxelles.

“Il y a eu des milliers, certainement plus d’un million de morts.
Mais peut-on parler de génocide ou non ? Pour moi c’est une question
de mots et qu’il convient aux historiens de régler. Le problème c’est
que les Turcs doivent reconnaître quelque part qu’il y a eu un
massacre d’Arméniens.”

Les massacres et déportations d’Arméniens sous l’Empire ottoman de
1915 à 1919 ont fait 1 million et demi de morts pour les Arméniens,
250 000 pour la Turquie. Une délégation des Arméniens d’Europe a
l’origine de la manifestation a été reçue par la présidence
néerlandaise de l’Union européenne.

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La marche turque;

L’Humanité
17 décembre 2004

Vers la Turquie à reculons * Un pays pourtant en voie de
transformation * Le génocide arménien condition à l’adhésion ?

par Okba Lamrani

Sommet. Le projet de texte sur la Turquie doit être adopté
aujourd’hui. Les conditions mises à une éventuelle adhésion d’Ankara
– qui n’interviendrait pas avant dix où quinze ans – sont sévères.
Les Vingt-Cinq s’engagent dans cette négociation à reculons, d plus
que les perspectives d’élections en Allemagne et au Royaume-Uni et
celles des référendums sur le projet constitutionnel brouillent les
débats.

Bruxelles (Belgique),
envoyé spécial

Depuis le Conseil d’Helsinki il semblait acquis que la Turquie avait
vocation, à terme, à rejoindre l’Union européenne (UE) aux mêmes
conditions que les pays entrés à l’occasion des précédents
élargissements. Certes, étant donné les différences de développement
entre la Turquie et l’UE, du moins à quinze sinon vingt-cinq et
bientôt à vingt-sept avec l’arrivée de la Roumanie et de la Bulgarie,
il semblait raisonnable de renvoyer la perspective de l’adhésion
d’Ankara à dix ans, voire à quinze ans.
Le projet de conclusions du Conseil européen, consacré pour
l’essentiel à ce sujet, qui circulait hier à Bruxelles fait une
rapide mention à Helsinki en soulignant que « le Conseil avait
considéré que la Turquie était un pays candidat destiné à rejoindre
l’Union sur la base des mêmes critères que les autres pays candidats
». Pour l’essentiel il s’agit des critères dits de Copenhague (droits
de l’homme, démocratie, etc.).
aucune
garantie
Mais si le Conseil « salue les progrès décisifs réalisés par Ankara
dans son processus ambitieux de réformes », il additionne les
conditions dilatoires, ce qui n’avait pas été le cas lors du dernier
élargissement. Ainsi devrait être mentionné dans le document final
que « les négociations sur l’adhésion sont un processus ouvert dont
l’aboutissement ne peut être garanti à l’avance ». On chercherait en
vain pareille clause lors des élargissements précédents.
On s’interrogeait toujours, hier, sur l’ajout d’une clause dite « de
sauvegarde permanente ». Elle permettrait d’interrompre durablement,
sinon définitivement, les négociations entre l’Union et Ankara. Cette
clause de sauvegarde (à laquelle s’est vigoureusement opposé le
Royaume-Uni) porterait essentiellement sur la question de Chypre, ou
encore sur celle de la non– reconnaissance du génocide arménien.
Sur la première question, il semble – à l’heure où ces lignes sont
écrites – qu’Ankara et Nicosie pourraient effectuer des pas discrets
l’un vers l’autre. Il faut rappeler que le référendum organisé par
l’ONU sur une réunification sous des conditions à définir a été
massivement approuvée par la partie turque de l’île et rejetée par la
partie grecque. Les experts de la Commission ont, semble-t-il, trouvé
une solution technique, sinon politique, au débat.
Depuis 1963 un accord d’union douanière a été signé entre l’UE et la
Turquie. Cet accord a été étendu aux dix nouveaux membres – dont
Chypre. Cela signifierait une reconnaissance de facto de Chypre par
Ankara. En revanche la Turquie n’a pas évolué d’un pouce sur la
question du génocide, qui n’est pas à l’ordre du jour du Conseil,
même si Michel Barnier a insisté pour qu’elle ne passe pas totalement
inaperçue. Jacques Chirac, lui, dans son intervention de jeudi soir,
renvoyait à la loi française condamnant le génocide.
Une demande de l’Autriche introduisant une nouvelle restriction à
l’adhésion d’Ankara a été rejetée. Il s’agissait d’ajouter au
document qu’« en cas d’échec des négociations », « un statut spécial
» serait proposé à la Turquie « sur la base d’un partenariat
privilégié ». Il n’y a pas, en fait – hormis un aspect symbolique
incontestable -, de différence franchement fondamentale avec la
formule retenue : « un processus ouvert sans garantie par avance ».
D’autant que chaque État membre pourra à chaque étape utiliser son
droit de veto.
On comprend dans ces conditions pourquoi le premier ministre
néerlandais, à l’ouverture des travaux du Conseil, estimait : « Il
semble que l’on s’achemine vers un oui. » Mais il a précisé dans le
même temps que cette décision, devant être « unanime », restait
dépendante d’éventuels « déraillements ».
On l’aura compris, les Vingt-Cinq accueillent la Turquie à reculons.
Pourtant, de Jaques Chirac en passant par Gerhard Schröder et Tony
Blair, la « turcophilie » est de rigueur. On comprend mal dès lors
les conditions draconiennes mises en place par le texte de Bruxelles.
Plusieurs explications sont possibles. Le Conseil consacré à l’entrée
éventuelle d’Ankara d’ici dix ou quinze ans au sein de l’Union
coïncide avec les campagnes électorales sur le référendum en France.
Paris souhaiterait donc renvoyer le début des négociations avec
Ankara à la fin de 2005, voire au début de 2006. Il semble que la
date de septembre 2005, sous présidence britannique, ait été retenue.
En 2006 l’Allemagne procédera à des élections générales et ne
souhaite pas qu’elles soient perturbées par la question turque.
Angela Merkel, la présidente de l’opposition chrétienne-démocrate
allemande, a déjà fait savoir que son parti fera tout son possible
pour dynamiter les accords de Bruxelles, précisant même : « En tout
état de cause, quand nous serons au gouvernement en 2006 nous ferons
tout, avec des partenaires comme la France, pour éviter que la
Turquie soit un membre à part entière de l’UE. »
les kurdes pour l’intégration
Ainsi un sort spécial serait réservé à la Turquie : elle serait
européenne quand elle est le pilier oriental de l’OTAN, asiatique
lorsqu’elle prétend rattraper son retard de développement en
s’arrimant à l’Europe. Le refus d’intégrer à terme la Turquie dans
l’espace européen va à l’encontre des attentes de la majorité de la
population, y compris les Kurdes pour qui l’intégration serait une
garantie supplémentaire de leur libre développement après des années
d’arbitraire où même leur langue était interdite.
Enfin, le Conseil devait se pencher sur le cas du nucléaire iranien.
Le « comité de pilotage » de l’accord survenu le 15 novembre,
regroupant la France, l’Allemagne, le Royaume-Uni et l’Iran, s’est
réuni. Un coup d’envoi symbolique à des négociations pour un accord
global de coopération nucléaire, économique et politique entre l’Iran
et l’UE a ainsi été donné.
Okba Lamrani

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Une plaie arménienne toujours ouverte

L’Humanité
17 décembre 2004

Génocide. La reconnaissance par Ankara des massacres commis contre
les Arméniens en passe de devenir une condition à l’adhésion.

La France, qui est le pays d’Europe qui compte le plus d’Arméniens, «
fera la demande dans le courant de la négociation, d’une
reconnaissance de la tragédie qui a touché plusieurs centaines de
milliers d’Arméniens ». Le glissement sémantique de génocide à «
tragédie » n’est pas passé inaperçu et a été corrigé par Jacques
Chirac qui a renvoyé à une loi votée au Parlement français à
l’unanimité, reconnaissant le génocide. Le chef de l’État a ainsi
évité de condamner trop durement les autorités turques actuelles tout
en faisant valoir la nécessité d’un devoir de mémoire.
Pour la France, le projet européen a été fondé sur l’idée de la «
réconciliation » des États membres avec leur propre histoire, a
expliqué Michel Barnier. Au vu de la réaction du gouvernement turc le
temps de faire le travail de mémoire ne semble cependant toujours pas
être – d’actualité.
La réalité du génocide est pourtant incontestable et a fait l’objet
de nombreuses études historiques. Après l’écrasement des armées du
sultan par les Russes en 1914, la Sublime Porte a lancé le massacre
systématique contre la communauté arménienne qui a fait office de
bouc émissaire, accusé d’avoir pactisé avec l’ennemi.
Avec l’effondrement de l’Empire ottoman et l’avènement d’une
république turque dont le fondement est la laïcité, le refus de
reconnaître le génocide s’explique en partie par le souvenir de
l’humiliation de 1914-1916 : Ankara ne veut plus entendre parler de
l’Empire ottoman et refuse depuis Atatürk d’endosser les massacres
d’Arméniens et encore moins la notion de génocide.
Au total, les deux tiers de la population arménienne, sous
souveraineté ottomane ont péri lors des massacres. Aujourd’hui, il
reste moins de 40 000 Arméniens en Turquie, le génocide avait donné
des idées à l’autre puissance de l’Axe à savoir l’Empire
austro-hongrois, l’empereur Guillaume ne cachant pas sa sympathie
pour le sultan. De son côté, l’Allemagne, autre membre de l’Axe,
entretenait 12 000 hommes dans le sultanat. Ils avaient la haute main
sur les services secrets ottomans et ont, pour une part, supervisé le
massacre des – Arméniens.
Le génocide des Arméniens allait ouvrir la voie a d’autres génocides.
« Qui se souvient encore de l’extermination des Arméniens ? » se
serait exclamé Hitler en 1939 à la veille de l’extermination des
handicapés et avant celle des juifs.

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Le bon usage d’un paradoxe ;
HORIZONS DÉBATS

Le Monde
17 décembre 2004

Esther Benbassa

ISLAM et terrorisme sont devenus, depuis le 11 septembre 2001, un
couple inséparable dans l’imaginaire occidental. Désormais,
l’appartenance religieuse occulte l’appartenance nationale. Un Turc,
un Saoudien ou un Egyptien sont d’abord perçus comme des musulmans,
dans un oubli complet de l’histoire particulière de chaque nation.
Cette vision globalisante de l’islam est d’ailleurs celle des
fondamentalistes musulmans eux-mêmes, lesquels divisent le monde
entre infidèles judéo-chrétiens d’un côté et musulmans de l’autre, et
elle apporte un renfort indirect à leurs thèses belliqueuses.

Pourquoi l’Occident, largement sécularisé, se montre-t-il incapable
de sortir de cet amalgame entre un islam lui-même saisi comme
monolithique et les nations de religion musulmane ? Un tel état
d’esprit, joint aux tensions actuelles sur la question de
l’intégration des immigrés d’origine musulmane, joue évidemment
contre la Turquie.

En attendant, l’Europe ne cesse de lui prodiguer ses leçons de bonne
conduite et de l’admonester à chaque défaillance présumée. En Turquie
même, certaines réformes sont effectivement mises en place en vue
d’une entrée éventuelle dans l’Union européenne, sans susciter sur
place trop de remous. Ce qui est un bon point. Ce n’est d’ailleurs
pas la première fois que l’Europe impose aux Turcs de se réformer et
que ceux-ci regardent vers l’Ouest.

Le déclin byzantin se double dès le XIVe siècle de l’avancée ottomane
dans les Balkans. Les sultans épousent des femmes chrétiennes,
apportant avec elles des conseillers chrétiens qui changent les
moeurs de cour. Avec la conquête de Constantinople en 1453, le modèle
byzantin est incorporé ; les Ottomans en deviennent en quelque sorte
les héritiers, sur un territoire où se mêlent peuples slaves, grecs
et turcs.

François Ier est le meilleur allié de l’Empire ottoman et ouvre l’ère
des Capitulations, ces traités qui octroient des facilités de
commerce et la libre circulation aux ressortissants français sur les
terres du Grand Turc et servent par la suite de modèle aux relations
avec les autres puissances européennes.

Dans le même temps, les Ottomans considèrent avec dédain les
Européens, ces infidèles, ce qui les empêche de se mettre en phase
avec les progrès techniques, militaires et organisationnels d’un
Occident qu’ils ne rencontrent guère que sur les champs de bataille à
partir de la seconde moitié du XVIe siècle.

Après une période de repli relatif, des contacts s’établissent de
nouveau un siècle et demi plus tard. Suivent des réformes militaires
d’inspiration européenne qui se prolongent au XIXe siècle. Leur
rythme s’accélère à partir de 1839 sous la pression des puissances
occidentales au chevet de l’ « homme malade » de l’Orient.
L’éducation, l’administration, le droit sont directement touchés. On
somme aussi l’empire de faire des avancées en matière de liberté
individuelle, d’égalité et de défense des minorités chrétiennes, ce
qui profite aussi aux juifs locaux.

Même si les Ottomans cèdent à la pression pour préserver la
souveraineté de l’empire, il va de soi que ces réformes n’auraient pu
aboutir si certaines franges de la société autochtone n’avaient
nourri elles-mêmes un réel désir d’occidentalisation.

C’est là, et même si elle devait être bien éphémère, qu’est proclamée
en 1876 la première Constitution qu’ait connue un pays islamique.
C’est en exil, particulièrement en France, que les Jeunes-Turcs
préparent la révolution de 1908 contre le régime absolutiste, qu’ils
s’initient aux idées nationalistes modernes et au positivisme, et
s’inspirent du modèle français d’Etat-nation qu’ils importeront sur
place. Et c’est un autre Jeune-Turc, Mustapha Kemal, qui consacrera
la naissance de la Turquie moderne et instaurera la République en
1923, pour ensuite abolir le sultanat et le califat. Son régime
étatiste et à parti unique se conjugue avec une série de réformes
autoritaires allant dans le sens de l’occidentalisation et de la
sécularisation du pays, avec l’adoption du code civil suisse, du
calendrier grégorien, des noms de famille, la substitution de
l’alphabet latin à l’alphabet arabe, le passage du jour hebdomadaire
de repos du vendredi au dimanche, l’abolition du fez au profit du
chapeau moderne, l’amélioration de la condition de la femme, avec
octroi du droit de vote et possibilité de siéger au Parlement, et la
campagne contre le port du voile. En 1928, l’islam n’est plus
religion d’Etat.

Parallèlement à l’attrait exercé par l’Occident, la Turquie kémaliste
a aussi nourri, pour construire une identité et une langue nationales
« pures », un turquisme qui se ressourçait dans ses origines en Asie
centrale. Ce courant, en sommeil mais toujours présent, pourrait se
révéler rassembleur face au dépit que susciterait un refus européen.
L’orgueil national blessé entraînerait un enfermement que les
islamistes, sur place, sont prêts à exploiter pour faire dévier la
Turquie en direction de l’est, vers l’islam moyen-oriental, un islam
refoulé et convoité, et en même temps vers le berceau des Turcs,
l’Asie centrale, en pleine effervescence islamique.

Ce tournant se traduirait en politique étrangère par un panturquisme,
aspiration qui avait déjà germé il y a un siècle, parallèlement au
désir d’Europe. Ce ne serait qu’un pis-aller pour des élites formées
à l’occidentale ou en Occident, et qui sont prêtes à suivre la marche
de l’UE.

En revanche, l’intégration de la Turquie à l’Europe permettrait de
bloquer le fondamentalisme et le terrorisme à ses portes. Elle est
économiquement plus développée que certains nouveaux ou prochains
membres de l’Union. En l’admettant à part entière en son sein,
l’Europe favoriserait un avenir de démocratie en terre d’islam
susceptible d’inspirer d’autres nations de la région.

Cette démocratisation devrait être aussi garante de la résolution de
la question kurde et de la reconnaissance du génocide arménien. Ainsi
la Turquie serait-elle contrainte de sacrifier son nationalisme sur
l’autel de la démocratie, de produire une mémoire claire de ce
génocide, ce qui aura pour effet de réparer, au moins symboliquement,
une injustice et de commencer à panser les blessures d’un peuple.

La xénophobie n’a pas touché que les Arméniens. La rigueur de
certaines lois promulguées en Turquie pendant la seconde guerre
mondiale et l’impôt sur le capital, en 1942-1943, ont conduit en camp
de travail nombre de juifs ainsi que les membres des minorités
chrétiennes. Elles avaient pourtant été précédées, dans les années
1930, par l’accueil massif de savants juifs allemands. La même
Turquie, en accordant des visas, a servi au mouvement sioniste de
lieu d’accueil pour ses militants fuyant le nazisme et en transit
pour la Palestine. Et c’est avec la Turquie, seul pays musulman de la
région dans ce cas, que l’Etat d’Israël nouera des relations
diplomatiques dès sa fondation.

Il ne s’agit certes pas d’oublier les dégâts causés aux minorités non
musulmanes par son exclusivisme national, ni les vicissitudes
traversées par les Grecs lors de l’affaire de Chypre dans les années
1950. Mais c’est là aussi que mes ancêtres, descendants des juifs
expulsés d’Espagne chrétienne en 1492, ont pu vivre pendant des
siècles. Une vingtaine de milliers de juifs y demeurent encore.

La Turquie est ce pays paradoxal où l’islam le plus strict côtoie le
plus libéral, où la femme voilée côtoie la femme la plus émancipée,
où 25 % des enseignants du supérieur portant le titre de professeur
sont des femmes, où la tradition est concurrencée par une
modernisation extrême et vice versa.

Ce paradoxe est une chance pour la Turquie, comme il l’est pour
l’Europe, invitée à aller au-delà des frontières du très fermé club
chrétien, à rejoindre sa limite orientale, à nouer par là d’autres
rapports avec l’islam, et à garantir sans doute les conditions de sa
propre sécurité.

Quant à la Turquie, elle pourrait enfin solidement se rattacher à un
Occident dont elle partage d’ores et déjà les ambitions.

NOTES: Esther Benbassa est directrice d’études à l’École pratique des
hautes études.

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L’Europe se prépare à accueillir la Turquie en son sein dans dix ans

Le Monde
17 décembre 2004

UNION EUROPÉENNE;
Les conditions étaient réunies, à l’ouverture du Conseil européen,
jeudi soir à Bruxelles, pour que les chefs d’Etat et de gouvernement
de l’ UE décident de lancer les négociations d’adhésion avec Ankara
en 2005. Les Vingt-Cinq recevront, vendredi, le premier ministre
turc, M. Erdogan

Arnaud Leparmentier et Philippe Ricard

BRUXELLES de notre bureau européen

Réunis à Bruxelles jeudi 16 et vendredi 17 décembre, les chefs d’Etat
et de gouvernement européens doivent donner leur aval à l’ouverture
de négociations d’adhésion avec la Turquie. Celles-ci vont être
ouvertes en 2005 et, si la Turquie poursuit sa démocratisation,
conduire à une adhésion vers 2015, même si aucune date n’est
explicitée.

Le président en exercice du conseil européen, Jan Peter Balkenende,
premier ministre chrétien-démocrate des Pays-Bas, a indiqué qu’un «
oui » pouvait être donné dès jeudi soir, à mois d’un « déraillement
». Les dirigeants des « 25 » devaient, au cours d’un dîner,
s’entendre sur la formulation de leur compromis, qui devrait, à la
demande de la France notamment, préciser que l’ouverture des
négociations ne signifie pas obligatoirement adhésion.

Vendredi, les chefs d’Etat et de gouvernement recevront le premier
ministre turc Recep Tayyip Erdogan, qui a haussé le ton une dernière
fois, menaçant de « geler » la candidature de son pays si les
conditions posées étaient « inacceptables ». « Si c’est le cas, alors
nous mettrons cette affaire au réfrigérateur et nous poursuivrons
notre chemin », a-t-il affirmé, soucieux de ne pas perdre la face
vis-à-vis de son opinion.

Les négociations devraient commencer à l’automne 2005. Cette date
ménage la France, qui ne veut pas que l’affaire turque se télescope
avec le référendum sur la Constitution, et la Turquie, qui souhaite
débuter les pourparlers « sans délai », comme promis en 2002.
Entretemps, les experts de la Commission auront passé au crible la
législation turque, pour voir toutes les adaptations nécessaires à
l’entrée dans l’Union.

UNE DATE « POLITIQUE »

L’adhésion de la Turquie ne pourra pas intervenir avant 2014, les
Européens ayant expliqué qu’ils ne pouvaient pas financer son
adhésion avec le budget européen, en cours de négociation, qui couvre
la période 2007-2013. D’ici là, les « 25 » devront trouver le moyen
d’intégrer la Turquie dans les politiques de solidarité et agricole,
soit en réformant ces politiques, soit en augmentant le budget
communautaire.

Il s’agit d’un « cliquet », car sans cette contrainte, les
négociations techniques pourraient être bouclées rapidement,
notamment parce que le pays est déjà en union douanière avec
l’Europe. « Cinq ans pour la Turquie, c’est tout à fait faisable pour
un pays déjà très intégré dans l’économie européenne. Elle ne sort
pas de la planification soviétique. La date de 2014 est politique et
pas technique », affirme un haut fonctionnaire de la Commission, qui
juge qu’il faut aller vite. « Il est politiquement intenable d’avoir
une négociation qui dure dix ans. Cela fait tous les jours la Une des
journaux, le gouvernement doit montrer des résultats et si cela dure
trop, cela crée de graves tensions politiques. »

L’autre aspect des négociations est politique et dépend
essentiellement d’Ankara. Les Européens, qui jugent que la Turquie
respecte « suffisamment » les critères démocratiques dits de
Copenhague, vérifieront chaque année les progrès. En cas de violation
des droits de l’homme, les pourparlers pourront être interrompus par
une majorité qualifiée d’Etats membres.

La Turquie devra profiter des négociations pour régler ses différends
avec ses voisins. Le premier problème concerne Chypre, dont la partie
nord est occupée par l’armée turque et dont le gouvernement chypriote
grec n’est pas reconnu par Ankara. De même, la Turquie devra
normaliser ses rapports avec l’Arménie, tandis que la France lui a
demandé de faire un « effort de mémoire » sur le génocide arménien.
L’expérience de l’élargissement à l’Europe centrale a montré que ce
processus de réconciliation n’était pas partie intégrante de la
négociation mais progressait de manière parallèle.

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Le plaidoyer de M. Chirac en faveur d’Ankara suscite de vives réactions ;

Le Monde
17 décembre 2004

UNION EUROPÉENNE – L’Europe se prépare à accueillir la Turquie en son
sein dans dix ans

par Béatrice Gurrey

LA RÉPONSE du président de la République a sujet de l’entrée de la
Turquie dans l’Union européenne tient en deux mots : « Oui, si ».

A la veille du sommet européen de Bruxelles sur l’ouverture de
négociations avec la Turquie, Jacques Chirac a justifié en un peu
plus d’un quart d’heure, mercredi 15 décembre sur TF1, sa position,
sans convaincre la droite.

« Oui » à l’entrée de la Turquie, a expliqué M. Chirac, parce que
cette adhésion renforcerait « la paix et la stabilité », fondement du
projet européen, parce qu’elle permettrait « l’enracinement de la
démocratie et des droits de l’homme », parce qu’elle favoriserait «
le développement économique et social ». Oui, enfin, parce que «
l’Europe est un peu petite face aux grands ensembles du monde ».

Ce « oui » reste cependant théorique et lointain, puisqu’il ne
s’applique que « si la Turquie remplit la totalité des conditions qui
s’imposent à tout candidat à notre union ». C’est-à-dire, a expliqué
M. Chirac, « qu’elle transforme profondément ses valeurs, ses modes
de vie, ses règles ».

Le président s’est appliqué à déminer le terrain face à une opinion
publique majoritairement rétive. Il a fait valoir « les efforts
considérables », déjà accomplis par la Turquie. Il a assuré que «
négociation, effectivement, cela ne veut pas dire adhésion », chaque
pays conservant, au long de discussions appelées à durer dix ou
quinze ans « le droit de tout arrêter ». Il a rappelé que la Turquie
frappait à la porte de l’Europe depuis 1963 et que, depuis, « pas un
seul chef d’Etat, pas un seul premier ministre français n’a contesté
la vocation européenne de la Turquie ». Il a souligné enfin que les
Français auraient « le dernier mot », par référendum.

M. Chirac a aussi souligné que la Turquie avait penché « tantôt vers
l’Asie, tantôt vers l’Europe » : « Notre intérêt est qu’elle penche
vers l’Europe », a-t-il affirmé, invitant à sortir d’une logique de «
guerre des civilisations, de guerre des cultures ». Il a également
souligné que la Turquie était « un pays laïque ».

En cas d’échec des négociations, le président a rejeté l’idée de «
partenariat privilégié », défendue par la droite. Demander à un pays
« des efforts aussi considérables pour arriver à un résultat
aléatoire ou partiel, ce n’est évidemment pas raisonnable », a
tranché le chef de l’Etat.

Il a refusé de poser pour condition à l’ouverture des négociations la
reconnaissance du génocide arménien par la Turquie. La France l’a
reconnu – « Il y a une loi qui a été votée », a-t-il rappelé, voulant
ainsi mettre fin à la polémique sémantique autour des termes employés
par le ministre des affaires étrangères, Michel Barnier. Quant à la
Turquie, elle devra faire « un effort de mémoire ». « Je ne doute
pas, bien sûr, qu’elle le fera », a-t-il assuré.

Le président est resté vague, « disons, en 2005 », sur l’ouverture
des négociations. Il n’a pas plus accepté de s’engager sur la date du
référendum sur la Constitution européenne, qui relève, cette fois,
entièrement de lui. Dès que le processus de la réforme
constitutionnelle, préalable indispensable, « sera suffisamment
engagé, j’indiquerai la date (…) que j’aurai retenue comme étant la
mieux à même d’ouvrir le référendum », a-t-il dit.

Seul un chiraquien patenté comme Bernard Accoyer, président du groupe
UMP de l’Assemblée nationale, a estimé, mercredi, que M. Chirac avait
défendu « une vision ambitieuse pour la France et l’Union européenne
».

Depuis Jérusalem, le nouveau président de l’UMP, Nicolas Sarkozy, a
jugé que la position du président était « une difficulté
incontestable ». Il a fait valoir que l’opinion et l’essentiel de la
majorité étaient opposés à l’adhésion de la Turquie, se prononçant
lui-même pour le « partenariat ». Le président de l’UDF, François
Bayrou, a « entendu le président avec tristesse, avec colère »,
a-t-il dit, jeudi sur RTL, accusant M. Chirac de céder à la pression
internationale.

Robert Badinter, sénateur des Hauts-de-Seine (PS), estime jeudi, dans
Le Parisien, qu’« une décision d’une telle portée aurait dû faire
depuis longtemps l’objet d’un débat public ». Accusant le président
d’un « exercice solitaire et orgueilleux du pouvoir », il juge qu’au
regard des droits de l’homme, la Turquie ne devrait « même pas » être
admise comme candidate.

François Hollande, lui, rappelle que « l’ouverture de négociations ne
doit pas préjuger de l’issue », l’adhésion n’étant « pas automatique
», ce qu’a rappelé, au fond, M. Chirac.

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Philippe de Villiers s’accapare la campagne du « non » ;

Le Monde
17 décembre 2004

UNION EUROPÉENNE – L’Europe se prépare à accueillir la Turquie en son
sein dans dix ans

par Christiane Chombeau

UN grand éclat de rire traverse la salle où se serrent environ 800
personnes. A la tribune, Philippe de Villiers, président du Mouvement
pour la France, enchaîne plaisanteries et jeux de mots. L’objet de
ses railleries : le « oui » de Jacques Chirac à l’ouverture des
négociations sur l’entrée de la Turquie dans l’Union européenne. « Il
a troqué la tête de veau contre la tête de Turc ! » lance-t-il.
Auparavant, il s’en était pris à « l’ancien Corrézien qui préfère le
plateau de l’Anatolie au plateau des Mille Vaches ».

Ce meeting d’opposants à l’entrée d’Ankara dans l’Europe, organisé
jeudi soir 15 décembre à Paris, devait être la première réunion
unitaire des partisans du « non » de droite à la Constitution. Il a
tourné au grand show Philippe de Villiers. Depuis le choix des
socialistes pour le « oui », le président du conseil général de
Vendée se rêve en chef de file du « non » au référendum. Une
plate-forme pour 2007.

Ne s’y trompant pas, le président de l’association Debout la
République, Nicolas Dupont-Aignant, représentant des « nationaux
républicains » à l’UMP, a déclaré forfait au dernier moment –
officiellement pour des motifs personnels – et s’est fait remplacer
par le secrétaire général de l’association, Jean Pierre Le Poulain.
Etaient également présents, Jean-Paul Bled, président du
Rassemblement pour l’indépendance et la souveraineté de la France
(RIF), et Henri de Lesquen, président du Club de l’Horloge,
passerelle entre droite et extrême droite.

Décidément très en verve, le président du MPF s’est gaussé du
référendum promis par le président de la République sur la Turquie :
« Nous réclamions un référendum. Tout à coup, on nous en promet deux.
Un au printemps et un dans 15 ans. Moi je propose qu’on fasse des
économies. Un seul suffira ! », a-t-il ainsi clamé en invitant les
Français à lier la question turque au référendum sur la Constitution,
« deux dossiers siamois ».

Philippe de Villiers a égréné en vrac ses raisons : « La Turquie
n’appartient pas à l’Europe » ; « c’est un réservoire de bombes à
retardement avec les séparatistes kurdes et les terroristes
islamistes » ; « elle a une frontière avec l’axe de l’épouvante »,
l’Irak ; « tous les Turcs vont venir chez nous » ; la Turquie « ne
respecte pas les droits de la personne humaine » et nie « le génocide
arménien ». « En France il y a une loi précise qui punie le
négationnisme, une loi juste. En Turquie, il y a une loi qui protège
le négationnisme », a-t-il dit, avant de se faire applaudir sur un
tonitruant « Nous sommes tous des Arméniens de France ! ».

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Le Parlement européen se prononce à une large majorité pour l’entrée de la Turquie dans l’UE ;

Le Monde
17 décembre 2004

UNION EUROPÉENNE;
Les droites française et allemande, hostiles à l’adhésion turque,
sont minoritaires

par Rafaële Rivais

STRASBOURG de notre bureau européen

En dépit d’une campagne intense des droites allemande, française et
autrichienne, le Parlement européen a voté largement, mercredi 15
décembre à Strasbourg, en faveur de l’ouverture de négociations
d’adhésion avec la Turquie – 407 voix pour, 262 contre et 29
abstentions. Ce vote n’a pas de valeur contraignante, mais il donne
une caution démocratique à la décision que devraient prendre les
dirigeants européens, le 17 décembre.

Fait exceptionnel, ce scrutin s’est tenu à bulletins secrets. La
gauche et les libéraux s’y sont opposés en vain, après avoir fait
valoir que « les citoyens européens ont le droit de savoir comment se
prononcent leurs représentants ». Ils ont brandi de petites pancartes
exprimant le sens de leur vote, au moment du scrutin.

C’est à la demande d’eurodéputés allemands, français et autrichiens
du Parti populaire européen (PPE, droite), que le secret a été
imposé. « Un grand nombre de nos collègues britanniques, espagnols,
grecs et chypriotes nous avaient expliqué qu’ils voulaient voter
contre l’ouverture des négociations, mais qu’ils n’osaient pas
désobéir aux consignes de leurs gouvernements, explique Margie Sudre,
la présidente de la délégation de l’UMP. Ce sont eux qui nous ont
priés de faire cette démarche », ajoute-t-elle. « Le résultat est
décevant, le politiquement correct l’a emporté », a réagi son
collègue Alain Lamassoure.

La résolution que le Parlement européen a adoptée, à la demande de
son rapporteur, Camiel Eurlings (PPE, Pays-Bas), demande l’ouverture
des négociations, « sans délai superfétatoire ». Elle affirme que le
processus de négociation est « ouvert », qu’il « ne conduit pas
automatiquement à l’adhésion », mais insiste sur le fait que «
l’objectif des négociations est bien l’adhésion de la Turquie à
l’Union européenne ».

A une large majorité (415 voix contre 259), le Parlement a rejeté
l’alternative du « partenariat privilégié », que défendait Jacques
Toubon (UMP). C’est à une majorité encore plus écrasante (455 voix
contre 199 et 25 abstentions) qu’il a rejeté un amendement de
l’Autrichienne Ursula Stenzel, proche du chancelier conservateur
Wolfgang Schüssel, préconisant d’ « autres options » que l’adhésion.

« Le Parlement ne veut pas de plan B, il est pour une adhésion pleine
et entière de la Turquie », a commenté le président du Parlement,
Josep Borrell (socialiste espagnol), lors d’une conférence de presse.
Les eurodéputés ont refusé d’ajouter toute nouvelle condition
préalable à l’ouverture des négociations. Ils réclament des autorités
turques « la reconnaissance formelle de la réalité du génocide des
Arméniens en 1915 », sans leur imposer de date. De même, ils les
invitent à retirer leurs troupes d’occupation de Chypre et notent que
l’ouverture de négociations implique la reconnaissance de ce pays,
sans en faire là non plus un préalable.

La question turque a divisé la plupart des groupes politiques. Les
Français, toutes tendances confondues, se sont montrés sensibles aux
doléances de l’importante communauté arménienne qui vit dans
l’Hexagone. Les Français, les Allemands et les Autrichiens du PPE ont
été rejoints par quelques Anglais et Polonais. Les socialistes
français n’ont pas tous suivi la ligne de Michel Rocard, pour qui
l’ouverture de l’Union à un pays musulman « constitue une
contribution majeure à la paix entre les peuples ». « Je me suis
abstenu sur la résolution finale, dans la mesure où elle ne propose
pas de solution alternative à l’adhésion », indique Bernard Poignant,
leur président, en rappelant que son vote est « conforme aux
instructions du bureau national du PS ».

Les démocrates de l’UDF, qui ne veulent pas « diluer le projet
politique européen dans une zone de libre-échange », se sont
dissociés des libéraux. Extrême droite et souverainistes ont aussi
voté contre.

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Chirac sur la réserve au Conseil européen;

Le Figaro
17 décembre 2004

La priorité est désormais l’explication de texte auprès des citoyens
et des élus

Luc de BAROCHEZ

Pour Jacques Chirac, le champ de bataille ne se trouve pas à
Bruxelles mais à Paris. En arrivant hier après-midi dans le massif
bâtiment du Conseil européen, le président de la République avait en
poche la décision pour laquelle il a milité des années : l’ouverture
des négociations d’adhésion de la Turquie à l’Union européenne.
L’objectif était affiché noir sur blanc dans le relevé de conclusions
soumis hier soir aux chefs d’Etat et de gouvernement des Vingt-Cinq.
Il ne restait plus à Chirac qu’à engager un combat d’arrière-garde
afin d’obtenir qu’au cas, bien hypothétique, d’un échec des
négociations d’adhésion, la Turquie reste attachée à l’Europe par un
« lien fort ».

Le vrai défi, relevé par Jacques Chirac, consiste à assumer son choix
devant l’opinion publique française et, surtout, dans sa propre
majorité. L’offensive politique et médiatique est engagée depuis
l’entretien télévisé du chef de l’Etat avant-hier. Elle se poursuit
aujourd’hui avec la conférence de presse qu’il doit donner à
Bruxelles, à l’issue du Conseil européen. Elle va continuer à se
livrer dans les jours qui viennent. Jacques Chirac a demandé à son
ministre des Affaires étrangères, Michel Barnier, de reporter à
janvier un déplacement prévu en début de semaine prochaine en
Afghanistan et au Pakistan. Le chef de la diplomatie française, qui a
fait ses classes à Bruxelles, est prié de se concentrer sur
l’explication de texte du Conseil européen auprès des citoyens et des
élus.

Le premier enjeu, capital, de la conquête de l’opinion publique se
joue dès 2005. Le président de la République doit faire ratifier par
les Français, par référendum, le projet de traité constitutionnel
européen. Malgré le oui exprimé au début du mois par les militants du
Parti socialiste, le match n’est pas gagné. C’est pourquoi Jacques
Chirac essaye d’empêcher toute contagion, afin que le non de beaucoup
de Français à la Turquie ne devienne un non à la Constitution censée
permettre à la grande Europe de fonctionner. Du point de vue élyséen,
ce serait une catastrophe de première grandeur, qui minerait
l’influence de la France au sein de l’Union européenne.

Dans ce but, le président de la République a fait entourer la
décision du Conseil européen d’une série de garde-fous, censés
l’aider à convaincre les Français que l’ouverture des négociations
avec Ankara ne signifie pas une adhésion automatique. Le processus
est maintenu ouvert et son issue « n’est pas garantie ». Chirac
comptait hier soir sur le soutien du chancelier Gerhard Schröder pour
obtenir que l’hypothèse d’un échec des négociations soit
explicitement mentionnée dans le paragraphe des conclusions
concernant la Turquie.

Le chef du gouvernement allemand a promis son appui lorsqu’il a reçu
à déjeuner le chef de l’Etat français il y a deux semaines à Lübeck,
à condition que le lien avec Ankara reste indéfini. Il n’est plus du
tout question d’un « partenariat privilégié ». Les diplomates
français relèvent aussi, parmi les garde-fous, que les négociations
pourront être suspendues à tout moment en cas d’atteinte aux droits
de l’homme ; qu’un système de surveillance permettra régulièrement au
Conseil européen de faire le point politique des négociations ;
qu’aucune date d’aboutissement des pourparlers n’est mentionnée ; et
qu’enfin l’adhésion sera financièrement impossible avant 2014 au
moins. Pour les problèmes toujours en suspens, comme le règlement de
la question chypriote ou la reconnaissance par la Turquie du génocide
des Arméniens en 1915, les responsables français comptent sur la
dynamique générée par la négociation pour aboutir à des solutions
dans les années qui viennent, et en tout cas avant la fin des
pourparlers. « Quand on lance un mouvement, il résout de lui-même des
difficultés », estime un diplomate.

Hier soir, les diplomates français s’efforçaient d’effacer
l’impression que les décisions du Conseil européen étaient négociées
avec le premier ministre turc, Recep Tayyip Erdogan, présent à
Bruxelles. Jacques Chirac, contrairement à plusieurs de ses
homologues, s’est ainsi abstenu de le rencontrer. « C’est à la
Turquie de s’adapter à l’Europe, pas l’inverse », disait-on dans la
délégation française. Reste à en convaincre les Français. L’effort
pédagogique ne fait que commencer.

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La longue marche turque de l’Union
PAR FRANÇOISE CROUÏGNEAU

Les Echos
17 décembre 2004

Conscients des réticences de leurs opinions publiques, les Vingt-Cinq
ont franchi, d’un pas frileux, le Rubicon : l’adhésion à l’Union est
désormais ouverte à la Turquie. A l’issue d’une longue marche – dix
ans, quinze ans… – dont chacun sait qu’il sortira transformé. Pour
le meilleur ou pour le pire ? Pour le meilleur, assurent les
dirigeants turcs. Sans cette promesse d’ancrage européen, ils ne
voient pas comment poursuivre sur la voie des réformes qui leur a
permis, depuis trois ans, de brûler bien des étapes. Et de jeter les
bases d’un nouveau type de république démocratique après celle,
autoritaire mais laïque, héritée du kémalisme.

Reste que si la faculté d’adaptation de la Turquie n’a pas fini de
nous étonner, ses fragilités économiques, sociales, politiques en
font frissonner plus d’un.

Ce n’est qu’au fil des années que pourront être levées les
hypothèques qui demeurent. Sur les droits de l’homme, le devoir de
mémoire sur le génocide arménien. Comme sur l’évolution des
mentalités d’un pays dont l’identité est pétrie d’un islam modéré
mais où cohabitent une élite éclairée et une population démunie
n’ayant qu’une idée confuse de ce que sont la construction européenne
et ses valeurs. Une fois retombée la joie de la consécration, après
quarante ans de course d’obstacles vers l’ouverture des négociations
avec l’Union, le principal danger pour les Turcs viendra sans doute
d’un excès d’espoir. Car leur modernisation et leur avenir sont,
avant tout, entre leurs mains.

Le défi de l’Union est d’un tout autre ordre. Après avoir couru
derrière son Histoire, il lui faut désormais tirer les leçons de ses
élargissements passés et futurs. Pour avoir trop longtemps escamoté
les débats sur le dossier turc et les avoir vus resurgir sur les
terrains les plus inattendus, comme c’est encore le cas sur la
Constitution européenne en France, les Vingt-Cinq ont découvert les
atouts de la transparence. Découvriront-ils ceux du courage politique
et de l’imagination ? Soudain pris de vertige à l’idée d’une
hypertrophie incontrôlable, ils s’interrogent discrètement sur leurs
frontières. Après être sortis de leur traditionnelle retenue
vis-à-vis de la Russie de Vladimir Poutine pour dénoncer ses méthodes
face à la « révolution orange » en Ukraine, ils s’empressent
aujourd’hui de parler à Kiev de politique de voisinage et de
partenariat privilégié pour mieux repousser le rêve d’une adhésion
pleine et entière. Histoire de reprendre souffle. Et mieux évaluer
les atouts comme les handicaps économiques et stratégiques que
confère, à terme, l’entrée d’un vaste pays disposant, comme la
Turquie, d’un réel potentiel et d’une puissante armée. Un pays qui
n’est inféodé à personne, pas même aux Etats-Unis. Mais qui repousse
les frontières de l’Union aux portes de l’Iran, de la Syrie et de
l’Irak.

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Une négociation encadrée; Evènement 1. Europe

Libération
17 décembre 2004

DUBOIS Nathalie,QUATREMER Jean

Bruxelles (UE) envoyés spéciaux

L’adhésion de la Turquie différera de tous les élargissements
précédents, en raison de la taille, de la population, de l’économie
et du potentiel militaire de ce pays. Sans parler, bien sûr, de sa
foi musulmane, puisque la religion sort des compétences de l’Union.
Malgré ces différences, la Turquie est, sur le papier, soumise aux
mêmes critères d’adhésion que les autres candidats.

Sur quoi portent les négociations ?

L’adhésion dépendra de la capacité de la Turquie à se hisser aux
normes en vigueur dans l’Union, qu’elles soient politiques,
économiques ou juridiques. Malgré l’arsenal de nouvelles lois
adoptées depuis deux ans à Ankara, les Vingt-Cinq resteront très
vigilants sur la réalité du processus de démocratisation. Sur le plan
économique, le principal défi turc sera d’obtenir le label
“d’économie de marché”, c’est-à-dire un marché capable de résister à
la libre concurrence au sein de l’Union, sans intervention de l’Etat.
Enfin, la Turquie devra, comme tout Etat membre, transposer les
quelque 80 000 pages de législation européenne, un acquis
communautaire qui se décline en une trentaine de chapitres allant de
l’agriculture à la coopération policière et judiciaire, en passant
par les aides d’Etat, les normes sociales minimales, etc.

Le mot de “négociations” est impropre, car la Turquie ne pourra
négocier qu’une chose : la durée des périodes de transition. Ankara
va essayer d’obtenir l’application rapide des normes qui
l’intéressent (libre circulation des personnes ou Politique agricole
commune), et retarder l’entrée en vigueur des autres (normes
sociales, interdiction des aides d’Etat, politique de concurrence,
libre prestation de services).

La Turquie sera-t-elle traitée comme les autres pays candidats ?

Aucune condition préalable n’a été ajoutée pour le début des
pourparlers : on n’exigera pas d’Ankara une reconnaissance préalable
de la République de Chypre ou du génocide arménien de 1915. En
revanche, l’Union a annoncé son intention de “tirer la leçon” des
élargissements précédents et d’être plus exigeante, “après quelques
déconvenues” avec certains pays d’Europe de l’Est. Elle veillera à
l’application “effective” des réformes. L’Autriche voudrait insérer
dans le traité d’adhésion des “clauses de dérogation permanente” dans
plusieurs domaines. Pour Vienne, pas question d’accorder à Ankara la
libre circulation des personnes. Mais la Commission refuse de créer
une “seconde classe” parmi les Etats membres, explique Olli Rehn, le
commissaire chargé de l’Elargissement. Enfin, en cas de “violations
sérieuses et répétées”, le Conseil des ministres pourra suspendre les
négociations à la majorité qualifiée. C’est la première fois qu’une
telle clause est inscrite noir sur blanc.

La Turquie est-elle certaine d’adhérer ?

Sauf coup d’Etat militaire ou dérive islamiste à Ankara, oui. Toutes
les négociations précédentes se sont achevées par une adhésion. On ne
voit pas pourquoi il en irait autrement pour la Turquie, au regard
des transformations déjà accomplies par ce pays. Même si les
tractations sur les périodes de transition s’annoncent rudes, “c’est
une tartufferie de prétendre que la Turquie n’adhérera pas avant
quinze ou vingt ans”, dit-on à Bruxelles. La date d’entrée sera en
fait dictée par l’agenda budgétaire européen : compte tenu de la
taille du pays et du coût de son intégration – un tiers des dépenses
communautaires, à politiques inchangées -, les Vingt-Cinq ont décidé
de ne pas se mettre ce fardeau sur les épaules avant 2014. L’UE doit
d’abord digérer son passage de quinze membres à vingt-huit (avec la
Bulgarie et la Roumanie, suivies de la petite Croatie). Et chacun
sait que les prochaines “perspectives financières”, couvrant la
période 2006-2013, donneront lieu à un bras de fer sans merci entre
pays “riches” et “pauvres”.

Bien sûr, il est aussi possible qu’in fine, la Turquie refuse de
rejoindre le club européen : les Norvégiens, par deux fois (1973 et
1994), ont rejeté l’adhésion, par référendum, désavouant leur
gouvernement. Autre cas de figure : que l’un des Etats membres ou le
Parlement européen rejettent le traité d’adhésion. Ce risque est plus
sérieux depuis que Jacques Chirac a annoncé l’organisation d’un
référendum en France, à l’issue des négociations, pour approuver
l’adhésion.

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Chirac s’est engagé pour la Turquie mais pose de sévères garde-fous

Tageblatt: Luxembourg
Samedi 18 decembre 2004

Le président français Jacques Chirac s’est engagé personnellement à
Bruxelles pour que l’Union européenne ouvre ses portes à la Turquie,
mais, confronté à une opinion hostile, il a assuré que la route
menant au »mariage» sera »longue et difficile».
Au Conseil européen de Bruxelles, il a fermement appuyé – au nom de
sa vision à long terme de la construction européenne – l’ouverture de
négociations d’adhésion de la Turquie à l’UE, fixée au 3 octobre 2005
par les 25 chefs d’Etat et de gouvernement.

»C’était dans l’intérêt de l’Europe en général et l’intérêt de la
France en particulier que d’engager cette négociation, tout en
sachant parfaitement que négociation ne veut pas dire adhésion», a
dit M. Chirac lors d’une conférence de presse à l’issue du sommet.

Il a à nouveau exprimé sa »conviction» qu’intégrer la Turquie dans un
grand ensemble était »le meilleur moyen de conforter et d’enraciner
la stabilité et la paix», »de renforcer les droits de l’homme» et la
démocratie.

Jacques Chirac s’est dit convaincu que l’Union européenne et la
Turquie parviendront à un »mariage» à l’issue des négociations
d’adhésion qui devraient durer, a-t-il relevé, de dix à quinze ans.

Preuve aussi de son engagement envers la Turquie, M. Chirac s’est
montré actif pour trouver un compromis sur la reconnaissance de
Chypre par Ankara, une question qui a bloqué pendant plusieurs heures
vendredi un accord final.

Cette position lui a valu dans les couloirs les félicitations de
nombre de dirigeants européens qui ont salué sa »décision très
courageuse» alors que deux Français sur trois sont hostiles à
l’entrée de la Turquie, selon des sondages, et que cette opposition
est particulièrement vive au sein de son propre parti, l’UMP.

Mais pour contrer cette hostilité qui risque de conforter le camp du
»non» au référendum de ratification de la Constitution européenne
prévu en 2005, Jacques Chirac a aussi assuré que »la route sera
longue et sera difficile pour que la Turquie soit en mesure de
remplir toutes les conditions pour rejoindre l’Europe».

Il a toutefois à nouveau rejeté l’idée d’un partenariat privilégié,
défendu par la droite française, en faisant valoir que la Turquie
avait déjà fait »des efforts considérables» pour se rapprocher de
l’Europe, et qu’on ne pouvait lui fixer un autre objectif que
l’adhésion.

Le plus important pour Paris était d’obtenir de ses partenaires que
les conclusions du sommet reprennent noir sur blanc l’hypothèse d’un
»lien fort» avec la Turquie, si jamais Ankara n’était pas en mesure
d’adhérer au terme de longues années de négociations.

Sur ce point, la France a eu satisfaction, les 25 prônant un »ancrage
ferme» de la Turquie à l’Union européenne »avec le lien le plus fort
possible» en cas d’échec des négociations.

Le président français a longuement expliqué que la marche turque vers
l’adhésion serait faite sous haute surveillance et que les
négociations pourraient être interrompues à tout moment, par exemple
en cas de violation des droits de l’homme.

Il a annoncé que le Parlement serait informé »dans le détail et en
permanence» sur le déroulement des futures négociations et a redit
que, au bout du compte, les Français auront »le dernier mot» en étant
consulté par référendum à l’issue des négociations.

Sur le sujet sensible en France de la reconnaissance du génocide
arménien, Jacques Chirac a également averti que les Français
pourraient dire non à l’entrée de la Turquie dans l’Union européenne
si Ankara ne faisait pas »un travail de mémoire».

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Turchia: scende in piazza il popolo CHE, CON CORAGGIO, DICE NO

La Padania, Italia
domenica 19 dicembre 2004

Calderoli, Maroni e Castelli: serve un referendum per decidere il suo
ingresso nella Ue

Igor Iezzi

MILANO – La Lega torna in piazza e lo fa in un momento delicato, in
cui poche persone vorrebbero decidere il destino di milioni di
persone senza consultarle. L’ingresso della Turchia nell’Unione
Europea è una seria minaccia contro l’identità, l’economia e la
società del vecchio continente. Roberto Calderoli, ministro per le
Riforme e la Devoluzione e coordinatore delle egreterie nazionali
della Lega Nord, non ci sta e richiama tutti al massimo sforzo e
impegno per la riuscita della manifestazione di oggi. «È da diverso
tempo che non facciamo un’iniziativa federale e siamo sul territorio
con manifestazioni provinciale. Il Segretario Federale Umberto Bossi
ci ha chiesto di scendere in piazza e noi lo faremo. Anzi, – annuncia
Calderoli – avremo modo di sentire alcune delle sue parole o dei suoi
pensieri».
«Tutti coloro che non condividono l’idea di spalancare le porte
dell’Europa alla Turchia devono venire a manifestare a Milano. Per
fortuna si sono tempi lunghi e possiamo lottare per ottenere
qualcosa. Occorre cambiare la costituzione – ha spiegato il ministro
– per permettere un referendum sulla questione». Se intervenire per
consentire l’espressione del popolo sulla Magna Charta della Ue sarà
molto complicato, secondo Calderoli sulla Turchia, invece, c’è tutto
il tempo per poter cambiare la costituzione e permettere al popolo di
dire la sua. L’esponente del Carroccio e ministro della Cdl ha poi
sottolineato come su questo argomento da parte del governo non ci sia
nessuna linea definita. «L’ingresso della Turchia nella Ue – ha
ribadito – non fa parte del programma di governo, non se ne è mai
discusso, quindi non c’è nessuna linea da seguire. La cosa più
importante è ricordarsi che la sovranità spetta al popolo. Nessuno lo
vuole ascoltare? Allora lo faremo noi».
Alla manifestazione sono previste oltre 50mila persone. «Qualcuno mi
vorrebbe spiegare cosa c’entra con l’Europa la Turchia? Un Paese che
si rifiuta di riconoscere il genocidio del popolo armeno e minaccia
ritorsioni quando viene invitato a farlo, un Paese che si rifiuta di
riconoscere Cipro e di ritirare le proprie truppe, un Paese il cui
territorio, secondo gli atlanti geografici, è solo per il 3% nel
nostro continente e per il rimanente 97% nel vicino Oriente, e la cui
popolazione corrisponde a circa il 15,5% di quella dei 25 stati
membri della Ue, mentre il suo Pil è pari a circa il 2%, per cui
Ankara contribuirebbe con 5,6 miliardi di euro e ne riceverebbe dai
22 ai 33, un Paese per di più islamico e nemico storico
dell’Occidente». «Qualcuno – ha aggiunto – mi vorrebbe spiegare cosa
c’entra con l’Europa la Turchia? E’ la Turchia che diventa Europa o
l’Europa che diventa Eurasia? L’operazione si presenta economicamente
disastrosa, con una riduzione dei contributi europei verso il nostro
Paese e alcune aree, specie del Sud, che smetterebbero di riceverli.
Non solo, la nostra piccola e media impresa, già in crisi a causa
della sleale concorrenza orientale, verrebbe distrutta dalla
concorrenza della piccola e media impresa turca, una volta entrata in
Europa». «Ritengo, pertanto – ha concluso il coordinatore delle
segreterie nazionali della Lega Nord – che l’ingresso della Turchia
in Europa non sia soltanto un delitto contro la storia, ma sia anche
un’operazione sconclusionata geograficamente, anti economica,
pericolosa per l’identità del mondo occidentale e potenzialmente un
cavallo di Troia per il terrorismo islamico».

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L’Anatolie est-elle en Europe?
par Seyhmus Dagtekin

Le MOnde
Samedi 18 décembre 2004

La Turquie dans l’Europe ou non ? Au-delà de la Turquie : l’Anatolie
en Europe ou pas ? L’Anatolie fait-elle partie de l’Europe ?
Appartiennent-elles à un même espace ? Peut-on les dissocier ?
N’est-on pas constitué un peu de ses mythes, n’appartient-on pas un
peu à la patrie de ses mythes ? Parce que, après tout, si les
structures politiques passent, les géographies et ceux qui les
habitent restent.

En tant que géographie, la place de l’une par rapport à l’autre est à
considérer au-delà des préoccupations immédiates des uns et des
autres. Les conjonctures et ceux qui bâtissent leur vie et leur
avenir immédiat sur les conjonctures ne doivent pas voiler les
données géographiques, historiques et mythologiques qui se déploient
sur un espace-temps plus large, plus long, qui introduisent aussi la
notion du sens dans le déroulement des affaires de l’humain. La
construction de l’Europe, qui est aussi une affaire de sens, mérite
que l’on dépasse les considérations du moment et que l’on pose la
question avec plus de recul.

On peut dire que c’est la Turquie qui veut entrer dans l’Europe et
non l’Anatolie, et associer légitimement à la Turquie un ensemble de
faits qui peuvent plaider contre elle et nous conduire à la garder
loin de l’Europe : une certaine dictature de l’armée et le cortège
des répressions qui l’accompagnent, une certaine Turquie
nationaliste, voire fascisante ou intégriste, la question cruciale
des minorités et la reconnaissance effective de leurs droits doivent
légitimement et nécessairement ouvrir un débat en Europe.

Pour une adhésion, l’Europe ne pourrait que maintenir ses exigences
d’une Turquie pleinement démocratique, éloignée des arrangements avec
les généraux et de mafias de toutes sortes. Mais c’est justement le
recul de cette Turquie-là qui lui permet aujourd’hui de frapper à la
porte de l’Europe avec une série de changements, la mettant, du moins
au niveau législatif, selon les dires du récent rapport du Conseil de
l’Europe, en conformité avec les critères de Copenhague.

Et c’est cette nouvelle donne qui nous permet de parler de
l’Anatolie, au-delà de la Turquie. L’appellation de cette géographie
en tant que telle n’a que quatre-vingts ans d’histoire, depuis la
chute de l’Empire ottoman.

Posons-nous la question : qu’est-ce qui fait l’Europe, qu’est-ce qui
modèle l’identité de l’Europe qui nécessiterait de garder l’Anatolie
loin d’elle, qui ferait de l’Anatolie un élément qui altérerait
l’identité européenne, une louve dans la bergerie, et justifierait
les inquiétudes, les peurs et les refus ?

Dès que l’on accepte la Grèce antique et la chrétienté comme bases de
l’Europe, l’on ne peut plus considérer l’Anatolie comme le lointain,
comme l’autre de l’Europe. Un retour aux manuels d’histoire démontre
que l’Anatolie a toujours fait partie de l’ère culturelle et
géographique de l’Europe, qu’elle s’est trouvée aux fondements de
celle-ci.

Un tel regard fait ressortir l’Anatolie non plus comme la louve, mais
comme part intégrante de la bergerie au même titre que la Grèce
actuelle, qui, au sortir de la Grande Guerre, il y a à peine plus de
quatre-vingts ans, revendiquait la partie égéenne de la Turquie. Non
parce qu’elle entendait annexer la Turquie, mais parce qu’elle
considérait ces régions comme grecques. Et à juste titre. Faut-il
rappeler qu’aux débuts de la République turque ces régions étaient
majoritairement peuplées de Grecs et que l’équilibre n’a changé qu’au
terme de ce que la Grèce et la Turquie ont appelé pudiquement
“échange de population”. Procédé mis en place par les deux Etats pour
se débarrasser chacun de sa minorité gênante, turque pour la Grèce,
grecque pour la Turquie. L’ancêtre de la purification ethnique, en
quelque sorte.

Un retour aux manuels d’histoire nous indique encore que la Grèce
antique prend naissance sur les deux rives de la mer Egée. L’Iliade a
lieu sur ces mêmes rives. Les dieux et les déesses grecs soutiennent
indifféremment les héros des deux rives, aussi bien les Athéniens que
les Troyens. Peut-on imaginer Athena refusant son concours à Pâris
sous prétexte qu’il vient de l’autre côté de la mer Egée ? Peut-on
effacer Hector, Priam de cette épopée ? Supprime-t-on Pergame,
Ephèse, Milet parce qu’ils sont sur l’autre rive ? Avec de telles
amputations, on n’aura plus la Grèce antique mais une Grèce
unijambiste et, à l’arrivée, une Europe méconnaissable.

Ceux qui ont peur aujourd’hui d’avoir des frontières communes avec
l’Iran, l’Irak, la Syrie ne doivent pas oublier que le monde grec,
même si cela paraît lointain – mais l’histoire est-elle jamais loin ?
-, avait des frontières communes avec les Perses, et que les cités de
l’Anatolie n’ont pas été cédées pour racheter une hypothétique
tranquillité. Que son rayonnement s’est épanoui au prix de son
maintien sur les deux rives de la mer Egée. Et que son déclin
commence par son effacement de la rive est.

C’est également à partir de l’Anatolie, dans l’Empire romain, que la
chrétienté a pris son essor, que saint Paul a rédigé ses Epîtres.
C’est sur ces terres que, selon la légende, Marie, mère de Jésus, a
achevé ses jours. C’est à partir de cette terre que l’enseignement de
Jésus, marqué encore de l’ethnicité de son départ, s’est transformé
en message universel. L’avènement le plus récent sur ces terres est
l’arrivée de l’islam et des Turcs, qui, à leur tour, ont été façonnés
par cette géographie.

En avançant vers l’ouest, les Turcs sont entrés dans l’islam au IXe
siècle et ont fondé leurs premiers embryons d’Etats dans
l’Afghanistan actuel, qui ont abouti à l’empire seldjoukide au XIe
siècle sur les terres de l’Iran actuel.

Ce n’est qu’à la fin du XIe siècle qu’ils ont conquis l’Anatolie.
L’Empire ottoman ne s’est installé dans l’ouest de l’Anatolie et dans
les Balkans qu’à partir du XVe siècle. Les Turcs et les Ottomans sont
arrivés en tant que tribus conquérantes, donc en faible nombre, non
en masse. Tribus qui agissaient sur leurs conquêtes mais qui étaient
aussi influencées par elles.

L’Empire ottoman, par sa structure et son fonctionnement, n’est-il
pas dans la continuité de l’Empire byzantin, et les légendaires
mosquées ottomanes ne sont-elles pas de petites ou grandes sœurs de
Sainte-Sophie (église byzantine construite au VIIIe siècle) ?

Quiconque gratterait un peu la croûte turque y découvrirait, n’en
déplaise aux chauvins des deux bords, cette continuité byzantine et
grecque sous la couche turque. Cette même continuité n’est-elle pas
visible dans l’architecture, la musique, la cuisine ?

Si le Turc d’aujourd’hui ressemble beaucoup plus à un Grec, à un
Balkanique qu’à ses ancêtres de l’Asie centrale, cela prouve-t-il
autre chose que le travail issu de la géographie anatolienne sur
l’homme turc ? Cela n’est-il pas la preuve que le Turc venu de ses
steppes aux confins de la Mongolie et de la Chine s’est d’abord
littéralement fondu dans le paysage humain anatolien si cher au poète
Nazim Hikmet ?

D’autre part, il ne faudrait pas se bloquer sur le mot “turc”. Il n’y
a pas que des Turcs en Turquie. Même s’il y a eu la chute des
Ottomans, la Turquie est restée fille de l’empire et n’a jamais
abrité ce peuple monolithique, fantasme des nationalistes. Elle a
hérité de la diversité de l’empire et y vit encore malgré les ravages
du siècle dernier.

Les Turcs se sont fondus dans le paysage mais, à des périodes, ils
ont composé aussi avec, outre les Grecs, les Arméniens, les
Syriaques, les Chaldéens… et les Kurdes, qui après la Grande Guerre
ont livré avec Atatürk le combat pour la République.

Si Atatürk a pu mettre en place la modernisation de la Turquie, que
les Turcs ont toujours appelée “européanisation”, cela ne prouve-t-il
pas que les habitants de cette terre se reconnaissaient dans cette
perspective, qu’ils la considéraient comme un accomplissement de leur
trajectoire collective ? Autrement, ils ne s’y seraient pas laisser
emmener, têtus comme ils sont.

Et si, aujourd’hui, la Turquie à majorité turque et musulmane, avec
un gouvernement de sensibilité musulmane, demande à (ré)intégrer
l’aire à laquelle l’Anatolie a toujours appartenu, et si l’Europe
répond à cette demande, cela démontre-il autre chose que la primauté
de la géographie sur les aléas du politique ?

Il ne faudrait pas voir dans l’entrée de la Turquie en Europe
l’aboutissement des croisades, comme certains aimeraient le présenter
sur l’autre rive, ni comme une nouvelle invasion de l’Europe par les
hordes barbares, comme certains aiment à l’imaginer ici.

Il s’agit de prendre ensemble un nouveau départ avec les richesses et
les potentialités des deux rives en un monde où de nouvelles
polarisations sont à l’œuvre. De se fondre, d’un commun accord, dans
un ensemble qui dépasse les particularités de chacun et qui, pour la
première fois depuis l’avènement des Turcs et de l’islam en Anatolie,
donne aux protagonistes des deux rives de la mer Egée et au-delà
l’occasion de sortir du rapport conflictuel qui régissait leurs
relations.

Ce n’est pas au nom de l’altérité qu’il faudrait souhaiter l’entrée
de la Turquie dans l’Europe, mais au nom, si l’on peut dire, de la
“mêmeté”. L’Europe se construit d’abord sur un tronc commun, sur des
valeurs communes, avant de faire place à ses différences.

Historiquement, culturellement et géographiquement, l’Anatolie fait
partie de ce tronc commun. Bien sûr, il faut accepter l’autre, il
faut faire exister l’Europe avec la diversité des peuples qui la
composent, mais il faudrait surtout, en le parant des habits de
l’autre, ne pas rejeter le proche.

Seyhmus Dagtekin, écrivain turc, vit en france depuis 1987.

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Il a assuré que le Parlement français serait consulté en permanence

Le Figaro
Samedi 18 décembre 2004

Chirac prévient la Turquie des difficultés à venir

Bruxelles : de notre envoyé spécial Luc de Barochez
[18 décembre 2004]

Dès la fin du Conseil européen hier à Bruxelles, Jacques Chirac s’est
efforcé de relativiser la décision, prise à l’unanimité par les
vingt-cinq chefs d’Etat et de gouvernement de l’Union européenne,
d’ouvrir des négociations d’adhésion avec la Turquie. Bien que
l’objectif affiché des pourparlers soit l’entrée dans l’UE, le
président de la République a indiqué que la route resterait longue et
ardue avant que la Turquie puisse remplir toutes les conditions
posées par les Vingt-Cinq.

Le «mariage» annoncé par les fiançailles du 3 octobre 2005 n’est pas
garanti d’avance. «On ne peut pas écrire à l’avance quel sera le
résultat de ces négociations», a expliqué Jacques Chirac lors de sa
conférence de presse. Le chef de l’Etat a souligné que la Turquie
allait devoir fournir un «effort considérable» pour s’adapter aux
exigences posées par l’UE.

Maintenant que la décision de négocier a été prise, le souci du
président de la République est de désamorcer suffisamment les
appréhensions d’une majorité de Français, afin de ne pas nuire à la
ratification par référendum, en 2005, du traité constitutionnel
réformant les institutions de l’Union. Jacques Chirac a refusé tout
amalgame entre ces deux questions «qui n’ont aucun rapport entre
elles». Il s’est efforcé de démontrer que ce sera à la Turquie de
s’adapter à l’Europe, et non pas l’inverse. Il a affirmé que la
France aurait à tout moment le loisir d’interrompre les négociations.
Le Parlement français sera consulté «en permanence». Un verrou de
sécurité supplémentaire a été posé avec le référendum promis par le
chef de l’Etat pour ratifier le traité d’adhésion avec la Turquie une
fois qu’il aura été signé, ce qui ne saurait arriver avant «dix ou
quinze ans».

«C’est une négociation d’Etat à Etat, avec d’un côté les 25 pays de
l’Union et de l’autre la Turquie. Chaque Etat membre gardera son
entière liberté d’appréciation, du début à la fin des pourparlers», a
déclaré Jacques Chirac. Il a souligné que les garde-fous réclamés par
la France avaient été retenus. «Le Conseil européen a pris toute une
série de mesures afin que ces négociations se déroulent avec sérieux,
rigueur et transparence, et surtout sous le contrôle permanent de
chacun des Etats membres», a-t-il dit. Et si jamais le marchandage
échouait, une autre voie que l’adhésion reste possible. «L’UE mettra
alors en place avec la Turquie un lien suffisamment fort», a-t-il
dit.

Sur le fond, le président de la République veut toujours convaincre
les Français qu’une adhésion de la Turquie à l’UE serait une bonne
chose. «Ce serait le meilleur moyen de conforter et d’enraciner la
stabilité et la paix dans notre région, de conforter et de confirmer
les droits de l’homme (…) ainsi que les règles de l’économie de
marché et le modèle social qui est le nôtre», a-t-il dit. L’intérêt
de la France est d’appartenir à «un ensemble aussi large que possible
et aussi stable à l’avenir que possible».

Jacques Chirac a averti Ankara que la France serait particulièrement
attentive au «travail de mémoire» qui lui est réclamé au sujet de «ce
qui est arrivé en 1915», à savoir les massacres perpétrés par
l’empire ottoman contre les Arméniens. La France, qui a accueilli de
nombreux Arméniens sur son sol, «ne peut pas négliger cet aspect des
choses». Les Français «en tiendront le plus grand compte» lors du
référendum de ratification du traité d’adhésion, a prévenu le
président de la République.

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Droite Face à une opinion publique hostile à l’entrée d’Ankara, le
président de l’UMP n’envisage pas pour l’instant de polémiquer avec
le chef de l’Etat

Le Figaro
Samedi 18 décembre 2004

Turquie : Sarkozy veut éviter le conflit avec Chirac

Le président de l’UMP, qui réagira ce soir sur France 2 à l’ouverture
des négociations entre les Vingt-Cinq et Ankara, n’a pas l’intention
de revenir sur sa «conviction» : il faut signifier à la Turquie que
le processus aboutira au mieux à un «partenariat privilégié». Mais
Nicolas Sarkozy ne veut pas non plus entrer en conflit avec Jacques
Chirac, malgré la pression à laquelle il sera probablement soumis dès
ce matin par les quelque six cents nouveaux adhérents qu’il
accueillera .
Anne Fulda et Judith Waintraub
[18 décembre 2004]

Mercredi, avant même l’intervention présidentielle, Nicolas Sarkozy
estimait qu’il serait «irresponsable» de sa part «d’exploiter»
l’isolement de Jacques Chirac sur la question turque. Le nouveau
patron de l’UMP, en déplacement en Israël, récusait tout devoir de
«loyauté» vis-à-vis de l’exécutif, mais admettait que pour préserver
les chances du oui au référendum sur la Constitution européenne, il
allait devoir concilier ses «convictions» sur la candidature d’Ankara
et ses «responsabilités» de chef de parti.

Le lendemain, devant des décideurs israéliens réunis en forum à
Herzliya, il affirmait à nouveau sa préférence pour la solution du
«partenariat privilégié», que le président de la République venait de
rejeter en expliquant qu’il ne serait «évidemment pas raisonnable» de
la proposer aux Turcs après leur avoir demandé «tant d’efforts» pour
entrer dans l’Union européenne.

La contradiction n’était pas tenable. Nicolas Sarkozy s’est donné
jusqu’à aujourd’hui pour la résoudre. Selon son entourage, depuis son
retour d’Israël, il a beaucoup «consulté» et obtenu des avis
«variés». «Certains chiraquiens sont très embarrassés, mais aucun n’a
demandé à Nicolas de revenir sur sa préférence pour le partenariat
privilégié», précisait hier soir un proche du président de l’UMP, en
soupirant : «Et personne ne nous a proposé de solution pour
harmoniser les points de vue.»

Renseignement pris à l’Elysée, les conseillers de Jacques Chirac
assuraient effectivement hier ne pas avoir été choqués par les
déclarations du successeur d’Alain Juppé à Jérusalem. Tout en
soulignant, eux aussi, que «quand on est un homme politique
responsable, on ne peut pas faire d’amalgame entre le débat sur la
Turquie et la ratification de la Constitution européenne». Pour les
proches du président de la République, «ce qu’il faut combattre avant
tout, c’est la désinformation. Ce sont deux sujets différents qui
n’ont rien à voir. En outre, dans le «oui, si» de Jacques Chirac à la
Turquie, le «oui» est aussi important que le «si».

Mais comment faire pour que les Français, qui, comme l’a rappelé le
président mercredi, «auront le dernier mot» sur l’entrée de la
Turquie, dans dix ans au plus tôt, ne mélangent pas les genres ? A
l’Elysée, on est conscient du problème et on reconnaît que le
président devra poursuivre son travail de «pédagogie» pour
«dissocier» la question turque de celle de la Constitution. «Le débat
est légitime, explique-t-on. Il doit vivre, mais il ne faut pas
alimenter les fantasmes sur ce sujet. Et surtout, il faut que les
Français comprennent bien qu’ils n’ont pas aujourd’hui tous les
paramètres en main : sur la Turquie, ce qu’on aura à juger dans
quinze ans n’aura rien à voir.»

Pour Alain Lamassoure, l’important est d’abord «de ne pas faire de la
question turque un conflit Chirac-Sarkozy». Personnellement très
hostile à l’adhésion d’Ankara, le nouveau secrétaire national de
l’UMP, chargé de l’Europe, soulignait hier que, dans une situation où
le chef de l’Etat «a contre lui la quasi-totalité de la majorité et
deux-tiers des Français», la «solution la plus sage», pour le parti,
était de «proclamer sa préférence pour une troisième voie». Quitte à
lui trouver une «autre formulation que celle de partenariat
privilégié, formellement rejetée par Ankara».

Alain Lamassoure a plaidé auprès de Nicolas Sarkozy pour que l’UMP
«se serve à plein des nouveaux pouvoirs qu’offrira la Constitution
européenne tant aux peuples qu’aux parlements nationaux quand elle
entrera en vigueur, en novembre 2006». Selon lui, le parti
majoritaire a «tout intérêt à faire sienne la proposition d’Edouard
Balladur, qui permettra aux parlementaires de dire leur mot sur la
question turque» (voir ci-dessous).

Hier après-midi, le ministre de l’Industrie, Patrick Devedjian, a
commencé les opérations de déminage en se déclarant «très heureux»
que «le président de la République ait pris position pour demander la
reconnaissance du génocide arménien par la Turquie». D’origine
arménienne, il a précisé qu’il faisait ce commentaire «à titre
personnel», mais venant d’un très proche de Nicolas Sarkozy, ce
satisfecit à Jacques Chirac a évidemment aussi un sens politique.

A défaut d’issue de secours, les responsables de l’UMP font
finalement surtout confiance au temps pour «apaiser les esprits».
Bien que Nicolas Sarkozy ait d’ores et déjà accepté des rendez-vous à
hauts risques pour le début de l’année, en Allemagne : le 7 janvier,
il sera au congrès de la CSU, dont la présidente, Angela Merkel, est
farouchement opposée à l’adhésion de la Turquie, et le lendemain, il
participera à une réunion de la CDU, qui y est tout aussi hostile.

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Le cas turc

Serge Truffaut
Édition du samedi 18 et du dimanche 19 décembre 2004
Mots clés : Union européenne (UE), Turquie (pays), adhésion

L’arrimage de la Turquie à l’Union européenne va nécessiter un effort
pédagogique colossal d’ici son éventuelle intégration, prévue en 2015. En effet,
si les chefs d’État des 25 ont donné satisfaction à Ankara, les opinions publiques
sont sceptiques, voire rétives. En Allemagne et en France, les deux poids lourds
de l’Union, la majorité des citoyens affiche clairement son opposition à l’adhésion
de ce pays qui a un pied en Europe et l’autre en Asie centrale. Pour rester dans
l’aspect géographique du sujet, mentionnons que les adversaires à l’ambition
d’Ankara martèlent avec constance que la portion de ce pays enclavée dans
l’Europe avoisine à peine les 3 %.

Depuis les additions de l’Espagne, de la Grèce et du Portugal au club européen,
on sait qu’une des grandes vertus de l’Union consiste à renforcer la démocratie.
C’est là-dessus, sur les obligations en matière politique et de droits de l’homme,
que les militants de l’adhésion tablent, avec un excès qui frise parfois la
crédulité. Du moins si on en croit des observateurs de la stature de Robert
Badinter. Ardent défenseur des droits en question, cet ancien ministre français
de la Justice estime qu’au vu du bilan turc en la matière, un bilan récent, on ne
devrait même pas négocier avec Ankara. Car s’il est vrai que le gouvernement
turc a aboli la peine de mort et voté une série de lois reconnaissant notamment
des droits à la minorité kurde, l’application de celles-ci s’avère timide.

Les adversaires de l’intégration articulent toujours leur argumentation autour de
deux faits : l’influence de la religion sur le gouvernement actuel, le premier
ministre Tayyp Erdogan étant le patron du Parti de la justice et du
développement (AKP), une formation islamiste, et le poids démographique de la
Turquie. Dans moins de 20 ans, ce pays sera le plus populeux de l’Union et sera
donc en mesure de composer la délégation de députés la plus importante au
Parlement de Strasbourg. À ces opinions, les pro-Turquie rétorquent qu’un refus
définitif ferait le lit de ceux qui brandissent à tout propos le choc des civilisations
cher à l’historien américain Samuel Huntington.
Pour l’heure, l’accord entre l’UE et la Turquie a été obtenu au forceps. Les 25
exigeaient qu’Ankara reconnaisse la République de Chypre, membre du club
depuis le printemps dernier. Après des négociations ardues, Erdogan a lâché du
lest. Il reconnaît sans reconnaître véritablement. Plus précisément, le chef du
gouvernement turc s’est engagé à signer l’accord sur l’union douanière avant
l’amorce véritable des négociations. De fait, il posera un premier acte de
reconnaissance dont on espère qu’il sera suivi d’un geste plus franc.

De toutes les requêtes formulées par les Européens, on doit en retenir une pour
l’instant : le génocide arménien. Si Ankara s’obstine à nier cette horreur, si
Ankara fait l’impasse là-dessus, alors espérons que les principaux acteurs de
l’Union opteront pour la mise au ban du récalcitrant. Le devoir de mémoire
interdit toute baisse de la garde. Pour le reste, attendons de voir.

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This compilation was contributed to by:
Katia Peltekian

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