German-Turkish relations under severe strain currently, Armenian expert says

Panorama, Armenia

Aug 5 2017

Tensions continue to grow between Turkey and Germany, an Armenia turkologyst said on Saturday.

“The relations between these two states aggravated especially in 2016, when the German Bundestag recognized the Armenian Genocide. The tensions in the German-Turkish relations were also triggered by the failed military coup in Turkey, after which many Turkish soldiers fled to Germany and were granted asylum there. These issues angered Turkey, which decided to deny German lawmakers permission to visit their soldiers at the Incirlik air force base,” Yerevan-based turkologist Mushegh Khudaverdyan told the reporters at a news conference on August 5.

According to the expert, the Turkey-EU crisis further deepened, which in its turn hampered the German-Turkish relations, leading to increasing arrests and persecutions against the German media representatives in Turkey.

“Their relations are under severe strain currently, which has grown to a point when the German and Turkish authorities trade insults when making calls,” Mr. Khudaverdyan said.

He noted that the row led Germany to impose both political and military sanctions on Turkey. “Germany banned arms sales to Turkey and blocked the further development of the economic and military projects. The country warned its citizens about travel to Turkey,” the expert added.

According to Mushegh Khudaverdyan, the Netherlands and Austria add fuel to the flames, repeatedly encouraging Germany to continue sanctions targeting Turkey.

In conclusion, the speaker added that Armenia pursues no interests or intentions regarding Turkey-Germany crisis.

Genocidio degli armeni, la prova generale dell’Olocausto

Blitz quotidiano-Italia
02 ago 2017


ROMA – Tra il 24 ed il 25 Aprile del 1915, nel cuore della notte, a Costantinopoli, la polizia bussa alla porta di centinaia di intellettuali, scrittori, giornalisti, avvocati e pure di qualche delegato al parlamento di origine armena. Gli sbirri turchi li invitano immediatamente a lasciare il Paese attraverso i deserti dell’Anatolia.

Dietro di loro, un altro 1.800.000 di armeni sono costretti dalla mattina alla sera a lasciare la Turchia a piedi o al più con mezzi di fortuna assolutamente inidonei alla traversata. La decisione di allontanarli dal Paese fu presa da un gruppo politico chiamato i “giovani turchi”, un movimento nazionalista che con un colpo di Stato si impadronì del potere spodestando il sultano Hamid.

Il loro proposito era di modernizzare il regno ottomano rendendolo più aperto all’Occidente. Di quel gruppo faceva parte anche Kamel Ataturk, futuro padre della Patria. L’ideologia panturchista, imponeva la pulizia etnica. Con diversi metodi e con la scusa di salvarli dagli eventi bellici in corso contro le armate russe, gli armeni vennero deportati e massacrati.

Il lavoro sporco fu fatto da un tedesco, Friederich Bronsart von Shellendorf, generale dell’impero ottomano, nell’ottica delle relazioni che storicamente legavano i turchi ai prussiani. Ai curdi, conniventi con gli ottomani, andarono in premio i beni espropriati agli armeni. Di quel milione e ottocentomila armeni, ne sopravvissero meno di trecentomila.

Il massacro fu scientificamente programmato. Furono uccisi prima gli intellettuali poi gli uomini ed infine gli anziani, le donne e i bambini. Restano tracce dei documenti segreti con cui venne ordinato il genocidio. Codici criptati oggi comservati al Memorial Armenian Genocide di Yerevan.

Alcuni militari subordinati non li avevano distrutti per poter dimostrare in futuro di avere solo eseguito ordini. Al processo che si tenne a Malta contro i militari responsabili turchi, intentato dagli inglesi, in effetti non si riuscì a dimostrare la volontà di sterminio da parte dell’esercito turco e tutti e 144 imputati vennero rilasciati.

Consumato alla vigilia della grande guerra, il genocidio armeno è definito la prova generale dell’Olocausto. Una ferita mai più rimarginata nel popolo armeno ed in quello ancora più numeroso della diaspora di questa gente sfortunata e meravigliosa.

La croce di spighe dei poeti armeni uccisi nel "Grande Male"

ACI Stampa-Italia
28 lug 2017


La targa che ricorda la visita di Giovanni Paolo II a Tsitsernakaberd
Foto: pd

“Il popolo armeno voleva vivere, voleva gettare sotto i suoi piedi le sue catene,

voleva frantumare i suoi legami, voleva pulire i suoi occhi e tuonare con la sua voce,
voleva vivere, voleva creare, voleva splendidamente rinascere;
perché anche lui era progenitore di bellezze, sentimenti e nazioni,
perché era orgoglioso del suo passato, del suo pensiero, della sua forza, della sua rossa gloria,
perché anche lui aveva alzato la sua aurea voce nella tempesta dell’antica umanità,
perché anche lui aveva cantato, anche lui aveva vinto, anche lui architettato e costruito metropoli.
Anche lui era stato tedoforo, seminatore, idealista, re ed eroe.
E ancora voleva vivere, abbellirsi e realizzarsi, voleva carpire la vita, la vita…”

Questa poesia di  Siamanto, uno dei poeti armeni ucciso nel Genocidio, il “grande male”  del 1915 è riportata insieme ad altre per la prima volta in un volume unico un’antologia dei più importanti scrittori armeni vittime del Genocidio curata dalla Congregazione armena mechitarista e con una introduzione di Antonia Arslan:

“Come una folgore improvvisa che taglia in due un paesaggio, come un terremoto inaspettato che apre voragini e scuote ogni cosa costruita dall’uomo, così siamo abituati a immaginare l’inizio del genocidio degli armeni, quella notte del 24 aprile 1915, quando furono arrestati uno dopo l’altro nella capitale Costantinopoli i principali esponenti della comunità armena nell’impero ottomano. Le ombre degli scrittori assassinati sono riemerse un poco alla volta: sono diventati personaggi reali, protagonisti del racconto infinito di quella tragedia incombente che venne realizzata giorno dopo giorno, con l’astuzia di tenere i prigionieri all’oscuro del loro destino. In questo libro per la prima volta in Italia sono raccolte le loro voci, assai differenti fra loro, come è giusto che sia: diverse sono le date e i luoghi di nascita, la provenienza famigliare, i loro studi, vocazioni e carriere: poeti e scrittori di romanzi e novelle, giornalisti, medici, farmacisti, uomini di chiesa, uomini politici. C’è di tutto, ma unico è l’amore per una patria divisa, drammaticamente minacciata, con forti differenze sociali al suo interno, eppure unita da un maestoso, articolatissimo linguaggio dalle antiche radici indoeuropee, da un alfabeto unico e originale e da una superba tradizione culturale, che si sviluppa con grande ricchezza a partire dal quarto secolo d.C.”.

Gli autori sono Daniel Varujan, Siamantò,Rupen Sevag, Padre Garabed der Sahaghian , Ardashes Harutiunian, Krikor Zohrab, Rupen Zartarian l Dikran Ciögürian, Tlgadintzì, Hrant, Yerukhan, Kegham Parseghian.

Il libro: «BENEDICI QUESTA CROCE  DI SPIGHE…» Antologia di scrittori armeni vittime del Genocidio, è edito da ARES.

Elle s’exprime dans neuf langues

TVA Nouvelles, Canada
31 juillet 2017


Elle s’exprime dans neuf langues

Benoît Philie | Agence QMI

Benoît Philie | Journal de Montréal

Diana Skaya parlait déjà six langues à l’âge de cinq ans. Dans sa vingtaine, au lieu de sortir avec ses amis, elle préférait écouter des téléséries en grec dans sa chambre pour apprendre… sa neuvième langue.

«Pour moi, c’est une passion, mais aussi une facilité. Il y a toute une culture qui vient avec une langue, c’est fascinant», explique la Montréalaise.

Originaire d’Arménie, la jeune femme de 30 ans a eu toute jeune la piqûre pour les langues.

«À la maison, c’était l’arménien, le russe, et ma grand-mère me parlait seulement en polonais. Comme on voyageait souvent en Ukraine, j’ai aussi appris l’ukrainien. Les parents ont une grande part de responsabilité dans l’apprentissage des langues de leurs enfants», raconte celle dont la mère parle aussi sept langues.

En arrivant à Montréal à 4 ans, elle parlait déjà ces quatre langues d’Europe de l’Est auxquelles se sont greffés l’anglais et le français à peine un an plus tard. L’espagnol est ensuite venu naturellement à l’adolescence au cours de voyages au Mexique et à Cuba, et ensuite l’arabe, à l’université, qu’elle a appris au terme de trois années d’apprentissage intense et difficile.

Elle a plus récemment commencé à apprendre le grec par elle-même lors d’un séjour de quatre mois en Grèce, où elle travaillait comme interprète. Pendant ses temps libres, elle préférait étudier la langue dans sa chambre d’hôtel au lieu de sortir avec ses amis le soir.

«J’ai acheté des livres de conversation, mais ma technique préférée est d’écouter des téléséries et des films à la télévision. Au début, c’est difficile, mais ça fonctionne», assure-t-elle, ajoutant que le grec est pour elle la plus belle langue.

Elle aimerait maintenant se mettre à l’hébreu, une langue notamment parlée en Israël qui l’attire depuis un moment.

Mme Skaya enseigne l’anglais à temps partiel et travaille dans le domaine du cinéma.

Elle donnera d’ailleurs une conférence au LangFest de Montréal, qui a lieu du 25 au 27 août, à propos d’un docudrame qu’elle a écrit en trois langues et qui raconte l’histoire de son grand-père assassiné par le régime de Staline en Ukraine dans les années 1930.

L’un des organisateurs de l’événement, Joey Perugino, estime que Montréal est un lieu privilégié pour l’apprentissage des langues, vu la coexistence du français et de l’anglais, et la présence de nombreux immigrants. Lui-même polyglotte, il est en train d’apprendre sa sixième langue, le roumain.

Il a créé le LangFest pour partager sa passion et créer un forum pour les amateurs de langues.

«Quand tu commences à parler une nouvelle langue et à avoir des échanges avec quelqu’un, c’est un moment où tu te sens très très très heureux», lance M. Perugino, qui dit être «condamné» à apprendre des langues pour le reste de sa vie.

Bella, une prodige russe de 4 ans qui parle sept langues ainsi que Richard Simcott, qui en maîtrise environ 40, comptent aussi parmi les invités de marque au LangFest cette année.

1. Se faire une oreille: se renseigner sur la culture et écouter du contenu dans la langue que l’on veut apprendre (films, séries télé, musique). «Au début, on ne comprend rien, mais on s’habitue», assure Diana Skaya.

2. Étudier la langue: télécharger des applications, écouter des vidéos YouTube ou lire des livres qui donnent certaines bases sur la langue choisie. Le but est de pouvoir tenir une conversation structurée. Il faut connaître une trentaine de phrases et entre 5000 et 10 000 mots de vocabulaire pour commencer à avoir une discussion, estime Joey Perugino, polyglotte et cofondateur du LangFest.

3. Parler la langue et approfondir ses connaissances: voyager dans les pays où la langue est parlée et discuter avec les habitants. Utiliser des sites comme itlaki.com pour avoir des conversations en ligne.

4. Conserver la connaissance de la langue : une étape cruciale. La seule manière de conserver sa connaissance d’une langue est de la pratiquer et de la parler couramment, estime Diana Skaya. Selon elle, une pause de six mois suffit pour commencer à «perdre» une langue.

1. Russe

2. Ukrainien

3. Arménien

4. Polonais

5. Arabe

6. Grec

7. Espagnol

8. Anglais

9. Français

Génocide arménien : Aznavour remercie Sarkozy

Boursorama
31 juillet 2017


Le Parisien le 31/07/2017 à 14:54

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Après l’adoption par l’Assemblée nationale du projet de loi sur la pénalisation de la négation des génocides, dont celui des Arméniens en 1915, le chanteur Charles Aznavour a fait part dans une lettre adressée à Nicolas Sarkozy de ses «sentiments de fierté, de reconnaissance et de justice rendue». Le texte doit encore être approuvé par le Sénat, alors que la Turquie a pris des mesures de rétorsion.

Le site en ligne du magazine «Nouvelles d’Arménie» a publié en intégralité le courrier adressé au chef de l’Etat français par l’auteur-compositeur né à Paris en 1924 de parents arméniens. «A Erevan (la capitale de l’Arménie, ndlr), lors de votre visite d’Etat exceptionnelle en octobre dernier, en vous rendant au Mémorial du Génocide arménien, vous avez appelé la Turquie à revisiter son histoire», écrit Charles Aznavour à Nicolas Sarkozy. «Vous avez redit tout votre engagement en faveur de l’adoption d’une loi française sur la condamnation du génocide arménien et de leurs descendants».

«Des mots de sincère gratitude»

«Aujourd’hui», les 500 000 Français d’origine arménienne sont fiers «que notre Assemblée nationale préconise la pénalisation du négationnisme», ajoute l’artiste. La France est devenue «le premier Etat au monde à donner force de loi à la reconnaissance du génocide arménien». «Aujourd’hui, ce sont des mots de sincère gratitude que je voudrais vous adresser», poursuit Charles Aznavour.

Le 12 mars 2011, lors d’un rassemblement de la communauté des Français d’origine arménienne devant le Sénat, le chanteur avait réitéré qu’un vote sanction contre le candidat Sarkozy à la présidentielle de 2012 était possible, lui demandant «d’honorer sa promesse », rapportent «les Nouvelles d’Arménie».

L’artiste mène depuis longtemps un combat pour la reconnaissance de ce génocide commis en 1915 sous l’empire ottoman. Depuis 2009, il est l’ambassadeur de l’Arménie en Suisse. …

Lire la suite de l’article sur Le Parisien.fr

Expo-photo – Un monde englouti – Les Arméniens dans l’Empire ottoman avant le génocide de 1915

Nouvelles d’Arménie
3 août 2017


Issy : Expo-photo – Un monde englouti – Les Arméniens dans l’Empire ottoman avant le génocide de 1915

Info Collectif VAN – www.collectifvan.org – Comme chaque année, à la rentrée de septembre, le Collectif VAN tiendra un stand d’information dans le cadre du Forum des associations de la Ville d’Issy-les-Moulineaux. Mais de manière exceptionnelle, l’édition 2017 du Forum de rentrée d’Issy accueillera aussi le vendredi 8 septembre 2017 de 13h à 20h et le samedi 9 septembre de 10h à 18h l’exposition-photo que le Collectif VAN avait créée en 2015 pour l’ESG, “Un monde englouti – Les Arméniens dans l’Empire ottoman (Turquie) avant le génocide de 1915“.

Cette exposition, montée par le Collectif VAN avec l’aimable autorisation de Vahé Tachjian [Directeur de Houshamadyan] et le soutien de Frédéric Encel, avait en 2015 ouvert l’année du Centenaire du génocide arménien, au cours des Assises contre le négationnisme de l’ESG (ex-Ecole Supérieure de Gestion, actuelle PSB Paris School of Business).

Les Isséens pourront bientôt découvrir ces 20 grandes photos d’époque qui font revivre le quotidien des Arméniens de Turquie avant le génocide perpétré par le gouvernement Jeune-Turc. Le choix du Collectif VAN s’est porté principalement sur des photos de classe, de jeunes élèves ou d’étudiants, sérieux ou joyeux, ignorant tout du cataclysme qui va s’abattre sur eux.

En marge de son exposition qui sera visible sur la mezzanine (buffet-bar), le Collectif VAN attendra ses visiteurs au rez-de-chaussée, sur son stand du Secteur “O“, Pôle Démocratie locale/Vie sociale, pour répondre à toutes les questions sur le négationnisme d’État de la Turquie et de l’Azerbaïdjan.

Le Collectif VAN [Vigilance Arménienne contre le Négationnisme] mène depuis 2004 des actions de sensibilisation aux génocides et à leur négation. Il lutte contre le négationnisme, le racisme et l’antisémitisme, avec le soutien de nombreuses associations des droits de l’homme.

Lors du Forum de Rentrée, 200 associations isséennes se tiendront à votre disposition pour vous présenter leurs actions. Le maire, André Santini, et l’équipe municipale visiteront les stands samedi 9 septembre 2017 à partir de 10h45.

Forum de Rentrée 2017 d’Issy-les-Moulineaux

Vendredi 8 septembre 2017 de 13h à 20h et samedi 9 septembre de 10h à 18h

Palais des Sports Robert Charpentier 4/6, boulevard des Frères Voisin Issy-les-Moulineaux Métro Mairie d’Issy

Stand du Collectif VAN : Secteur “O“ Pôle Démocratie locale/Vie sociale Exposition du Collectif VAN à l’étage, sur la Mezzanine (Buffet-Bar)

jeudi 3 août 2017,
Stéphane ©armenews.com

L’Arménie mise sur l’éolien

Le Caucase

31 juillet 2017


Le ministre arménien des Infrastructures énergétiques et ressources naturelles a indiqué que le gouvernement avait prévu de construire 100 éoliennes prochainement pour un investissement global de 350 millions de dollars.

Hayk Harutyunyan, ministre arménien des Infrastructures énergétiques et ressources naturelles, a ainsi annoncé que le gouvernement avait déjà approuvé un programme d’investissement de la société Access Infra Central Asia Limited en vue de la construction d’un par éolien.

Les audits pour la construction future de ce parc vont être réalisés dans les régions de Gegharkunik et Kotayk au cours de l’année. Le projet comprend la construction d’un parc éolien de 236 MW, pour un montant de 350 millions de dollars.

Le ministre a indiqué que les ressources arméniennes en vent étaient remarquables, cependant, elles nécessitent des constructions en hauteur, ce qui rend les chantiers difficiles, alors qu’une première centrale éolienne de 80 MW devrait être lancée pour la seconde moitié de 2019.

Le pays dispose actuellement de deux parcs éoliens, l’un situé non loin de la ville de Kajaran, dans le sud, l’autre dans la province de Lori, dans le nord.

L’Arménie est également très active concernant le développement de son énergie solaire.

Simon Abkarian au cinéma

Nouvelles d’Arménie

samedi 5 août 2017



Simon Abkarian au cinéma

Djam, une jeune femme grecque, est envoyée à Istanbul par son oncle Kakourgos, un ancien marin passionné de Rébétiko, pour trouver la pièce rare qui réparera leur bateau. Elle y rencontre Avril, une française de dix-neuf ans, seule et sans argent, venue en Turquie pour être bénévole auprès des réfugiés. Djam, généreuse, insolente, imprévisible et libre la prend alors sous son aile sur le chemin vers Mytilène. Un voyage fait de rencontres, de musique, de partage et d’espoir.

L’idée de Djam est venue au réalisateur Tony Gatlif lors de sa découverte de la musique Rebetiko au cours d’un voyage en Turquie en 1983. Il a choisi Simon Abkarian pour interpréter Kakourgos : “Je voulais un acteur qui porte le voyage sur son visage. Même si l’on sait que Simon est Arménien, on ne sait pas exactement d’où il vient, il véhicule l’exil. C’est un copain de longue date et je savais que Simon était un véritable aficionado de la musique Rebetiko. Lorsque je lui ai demandé de faire la scène où il parle de la mère de Djam, exilée et morte à Paris, Simon m’a touché par sa sincérité et son émotion. Il a dû surement aller les chercher sur sa route d’Arménie, du Liban et d’ailleurs. C’est un acteur du coeur et du geste.


Standart. Reportage dalla prima triennale d’Armenia

Artribune

5 agosto 2017

A fine luglio siamo stati in Armenia, per seguire la prima edizione di Standart, triennale in terra armena curata da Adelina Cüberyan von Fürstenberg. Una doppia coppia di mostre segna la prima tappa di questa nuova rassegna internazionale. Mentre a settembre inaugurerà la seconda tranche. Qui vi raccontiamo cosa è successo nella capitale Yerevan, mentre domani ci sposteremo a Gyumri.

Terra di contrasti, l’Armenia; popolo funestato da una storia che si è accanita, ma composto da persone intraprendenti e al tempo stesso votate alla poesia e alla mistica. Molti sono quindi i tratti che lo accomuna al popolo ebraico, dal genocidio alla diaspora.
Vicina politicamente all’Iran e alla Russia – pullulano le t-shirt col faccione di Putin – l’Armenia ospita, sulla strada che dall’aeroporto conduce alla capitale Yerevan, la più grande ambasciata statunitense dell’area caucasica: un enorme compound, con gigantesche antenne satellitari che svettano sui tetti. Ma i contrasti appaiono ancora prima, quando ci si appresta ad atterrare: quel monte magico, quella montagna sacra (qui, secondo la leggenda, approdò l’Arca di Noè) coperta da ghiacci perenni è l’Ararat, il simbolo dell’Armenia insieme al melograno. Ma dal 1921 i 5.137 metri del monte sono in territorio turco, e per di più l’odiato vicino – odiato a ragione: i “giovani turchi” sono i mandanti politici di una strage che ha causato un milione e mezzo di morti, con buona pace per quella corrente del PD che ha scelto di appellarsi in tal modo – l’ha classificato come zona militare: nessuno può salirci e nemmeno avvicinarsi.
Qualche tempo fa, il governo Erdogan ha preteso che l’Armenia la smettesse di utilizzarlo in ogni dove; la risposta è stata: “Se i simboli geografici sono di proprietà di chi li possiede sul proprio territorio, allora togliete la Luna dalla vostra bandiera”. Uno a zero, palla al centro.

Nella capitale del Paese si è da poco inaugurata la prima sezione della prima parte di una nuova triennale. Si chiama Standart e si svolge in due tappe: a luglio hanno aperto le mostre di Yerevan e Gyumri, a settembre ci sarà un intervento urbano a Yerevan a opera di Felice Varini e una mostra sul Lago Sevan. A fare da trait d’union, i progetti presentati a Yerevan, Gyumri e Kapan dai vincitori della prima Open Call for Artists, promossa dall’Armenia Art Foundation con la cura di Sona Stepanyan: il collettivo Artlabyerevan, Ayreen Anastas & Rene Gabri, Arman Grigoryan, Piruza Khalapyan, Gohar Smoyan e Mika Vatinyan.
La curatela di questa prima edizione è stata affidata ad Adelina Cüberyan von Fürstenberg, coadiuvata da Ruben Arevshatyan. Un’operazione lineare, che punta a capitalizzare il premio per il miglior Padiglione nazionale vinto dall’Armenia alla Biennale di Venezia 2015, grazie alla mostra Armenity curata proprio da Adelina von Fürstenberg. A sostenere il progetto, un collettivo di soggetti capitanati dall’AAC – Armenian Artes Council e composto – per citare i principali – dal Ministero della Cultura, da Art for the World, dall’Ambasciata Svizzera e dall’Armenia Art Foundation.
Il titolo, o sarebbe meglio dire il tema, è The Mount Analogue. A Contemporary Art Experience. Il riferimento è al romanzo “iniziatico” e incompiuto di René Daumal (1908-1944), intellettuale francese che nella sua breve vita ha attraversato i territori più diversi, dal Surrealismo (in accesa polemica con André Breton) con il gruppo Le Grand Jeu alla cultura indiana e buddhista, fino ad avvicinarsi agli insegnamenti di Georges Ivanovič Gurdjeff, mistico nato a Gyumri nel 1866. Quanto alla connotazione “esperienziale”, è relativa al processo con cui sono nate le opere, di cui vi parleremo nel secondo articolo dedicato a questa triennale.

Legittimamente, le due mostre presentate a Yerevan sono più istituzionali e fungono da biglietto da visita per la rassegna.
Ad aprire la triennale è la retrospettiva dedicata a Gaspar Gasparian (San Paolo, 1899-1966), fotografo modernista brasiliano con chiare origini armene. Curata da Ruben Arevshatyan e ospitata all’AGBU (organizzazione non profit il cui acronimo sta per Armenian General Benevolent Union), Distant Fragments (1941-1959) è allestita negli spazi di quello che, dal 1906 al 2000, era il Parlamento. Si tratta della prima mostra di tale portata in terra armena ed effettivamente si ha qui l’occasione di apprezzare in maniera compiuta l’opera di un artista che ha recepito in maniera autonoma e creativa le sperimentazioni in campo fotografico operate soprattutto in Europa e in Russia negli Anni Venti del secolo scorso. Le sperimentazioni formali sono mature e a Yerevan risuonano ancora più compiutamente quando si calano nell’architettura e negli spazi urbani, con tagli di luce e inquadrature che creano prospettive e punti di vista inattesi.
Funzionano particolarmente nella capitale armena perché, al di fuori di queste sale, c’è una città che è architettonicamente e urbanisticamente complessa, erede – talora suo malgrado – di una stratificazione che la percorre nel tempo e nello spazio. Senza risalire troppo indietro, basta tornare agli Anni Venti-Quaranta del XX secolo, quando la città fu radicalmente ridisegnata dai sovietici per una popolazione di 200mila abitanti.
Se lo sventramento hausmanniano è palese, e ci si duole della perdita di gran parte degli edifici Liberty precedenti, è tuttavia interessante notare come qui non si sia al cospetto della monumentalità neoclassica che imperava a Mosca o Leningrado: merito dell’architetto Alexander Tamanian, che molto ha lavorato in quegli anni a San Pietroburgo, ma che nella sua terra – era armeno di origini – ha unito con originalità il neoclassicismo sovietico a elementi locali (in primis l’utilizzo del basalto nero, di cui l’Armenia è ricchissima) e passioni individuali (soprattutto Palladio, e così si spiegano certe prospettive ottiche favorite da finestre dotate di intelligenti strombature).
Soltanto negli Anni Settanta sorgono i quartieri periferici, con enormi palazzi-alveari: l’obiettivo è raggiungere il milione di abitanti, soglia necessaria per poter costruire una metropolitana – e la capitale di una delle repubbliche dell’Urss non può non averla. Anche in questo caso, tuttavia, si tratta di un brutalismo talora declinato con sagacia nel colore locale: lo dimostrano le gigantesche vele in cemento dell’Arena Demircian, opera inaugurata nel 1983 sulla collina Tsitsernakaberd, la medesima che ospita lo Dzidzernagapert, il dignitoso memoriale del genocidio, inaugurato nel 1967, e il relativo museo ipogeo, aperto nel 1995.

Ilya & Emilia Kabakov (Dnipro, 1933 e Dnepropetrovsk, 1945) sono invece i protagonisti all’Hay-Art Cultural Center, l’ex museo d’arte moderna cittadino. Un luogo, ancora una volta, che dimostra come l’Armenia fosse una “provincia” assai atipica della galassia sovietica: fondato da Henrik Igityan nel 1972, fu infatti il primo centro d’arte dell’Urss specializzato in arte moderna e contemporanea. E, per di più, fu progettato da due architetti modernisti come Jim Torosyan e Gevorg Aramyan, il secondo dei quali sarà uno dei protagonisti della mostra allestita a settembre sul Lago Sevan.
Due i lavori presentati dai Kabakov, con un adattamento ai luoghi che li rendono ancora vivi e vivaci: 20 Ways to get an Apple listening to the Music of Mozart (1997) e Concert for a Fly (1986). Il primo consiste in una grande tavola apparecchiata sui quattro lati. A sinistra di ogni piatto, un disegno; a destra, un testo. L’uno e l’altro, con mezzi differenti, spiegano venti differenti maniere per raggiungere la mela che sta al centro, in “una piccola enciclopedia di tutti i possibili modi con cui appropriarsene”. Il segno è quello degli anni d’oro della coppia, la capacità di sintesi anche, in un allestimento che – pur in assenza degli artisti, per motivi di salute – è ineccepibile.
A pochi metri di distanza, è ancora Mozart, grande passione di Ilya Kabakov, a essere protagonista: il Concerto per una mosca, infatti, è sì un’installazione composta da dodici postazioni che formano un cerchio, guardando verso l’interno, con sopra ogni leggio un testo e un disegno; ma è anche – nella sua versione effimera e performativa – un vero e proprio concerto; e a suonare Mozart sono i giovanissimi musicisti della Tchaikovsky Special Music School di Yerevan, a conferma di un’eccellenza indiscussa in Armenia per la musica classica. Come a dire: sono sì opere storiche, ma scelte con cognizione di causa e rispetto per il contesto.

– Marco Enrico Giacomelli




Armenian-American David Tikoian Named North Providence Police Chief

Armenian Weekly
Aug 4 2017

NORTH PROVIDENCE, R.I. (The Valley Breeze)—North Providence Mayor Charles Lombardi has chosen retired Rhode Island State Police Major David Tikoian as the town’s new police chief. Tikoian replaces embattled Acting Chief Chris Pelagio, who is currently out on suspension.

David Tikoian (Photo: Providence Journal)

Tikoian, a Greenville resident who works as manager of transmission and distribution for the Providence Water Supply Board, comes to North Providence “with a wealth of experience in law enforcement,” said Lombardi in a statement.

“His background, knowledge, and experience are the perfect fit for our department and its challenges,” he said.

Lombardi said, “It’s no secret that our police department has experienced a few bumps in the road during the past 18 months or so, but now the time has come for us to turn the page and move on.”

“It is time a new leader has the opportunity to make the North Providence Police Department the best in the state,” he said.

As public safety director, said Lombardi, “I cannot stand by and allow a few malcontents and disgruntled officers (to) stand in the way of a department with such great potential. My goal is to have one of the most professional and respected police departments in the state of Rhode Island.”

Just as the town’s fire department had some problems a few years back, said Lombardi, and is now the only Class 1 department in the state, he expects Tikoian to take the police department to the same place.

“Our residents deserve nothing less,” he said. “I ask all the men and women of our police department for their full cooperation.”

The mayor warned anyone who wants to stand in the way of the department achieving its full potential to “lead (with me), follow, or get out of the way.”

Tikoian has been hailed for his integrity. In 2015, shortly after his retirement, he found $4,000 in a binder in the middle of Smith Street in Providence and tracked down its owner to return it.

Tikoian served 23 years with the State Police before his retirement in May 2015. As chief administrative officer, he was responsible for a $97 million budget and managed a human resource office overseeing more than 600 employees, among other duties.

During his career, he served at all five barracks as a member of the Uniform Bureau, the Rhode Island State Police Training Academy, detail leader of the Governor’s Executive Security Unit, night executive officer, and weekend officer in charge of the division. Prior to his promotion as major, he was captain of the inspectional service, responsible for evaluating the operations of the agency.

The new chief is a graduate of Smithfield public schools and graduated cum laude from Bryant University in 1990. He was inducted into the Smithfield High School Hall of Fame last year.

An antique car enthusiast, Tikoian is active in his home community of Smithfield.

Tikoian will be formally sworn in on Aug. 21, at 6 p.m., in the North Providence High School auditorium.